Toti LibrizziA Palermo c’è un hotel lussuoso, pieno di storia, fascino e mistero. È il Grand Hotel delle Palme.
Teatro di accordi economici, incontri politici, summit mafiosi e meta di grandi personaggi internazionali. È proprio da quell’hotel che la mafia monitorava lo sbarco degli americani in Sicilia, con la collaborazione di Lucky Luciano. Dentro c’era un bar (e c’è ancora) con una saletta riservata dove ci si poteva incontrare in totale discrezione, senza essere visti, complice l’omertà assoluta del personale. Era il Bar del Gattopardo, dove Toti Librizzi è stato il leggendario capo barman per 40 anni.

Di lui hanno scritto che era uno che teneva la bocca chiusa e che, con il mestiere come il suo, bastava aprirla con la persona sbagliata per rimetterci la pelle.
Oggi ha 70 anni e da un po’ ha realizzato un museo con tutti i disegni che si è fatto fare dai personaggi che hanno soggiornato all’hotel nel corso della sua lunga attività. E sono tanti: Guttuso, Carla Fracci, Andreotti, Patty Pravo, Cristopher Lee, Giorgio Albertazzi, Edoardo Vianello, Marina Ripa di Meana, Giuni Russo, Paul Jung, Enzo Biagi, Luciano De Crescenzo… Impossibile elencarli tutti.
La casa di Toti Librizzi è a pochi minuti da via Libertà. È piena di quadri e oggetti vari. Nell’ingresso c’è un’elegante gabbietta con un pappagallo dentro.  “E’ di porcellana – mi dice Librizzi – l’ho comprato quando è morto il mio pappagallino. Lo lasciavo spesso libero di svolazzare e veniva a posarsi sulla mia spalla”.
Nel suo studio è poggiato un quadro che raffigura la principessa Diana. Mi spiega che è una tela commissionata da una baronessa in dono ai figli della regina. L’ha incorniciato personalmente e verrà esposto dalla sua associazione.
La sua cortesia a volte lo induce a fermarsi mentre parla, se si accorge che rimango indietro col mio taccuino.

Quando comincia a lavorare al Grand Hotel delle Palme e come nasce l’idea di farsi fare un disegno dagli ospiti più in vista?
Ho cominciato come musicista nelle navi da crociera. Poi è finita che nel 1966 sono approdato alle Palme. All’inizio mi veniva da scappare via, perché era pieno di conti, principi e di una nobiltà che non mi piaceva tanto. Poi mi sono abituato.
L’hotel era un punto di riferimento per tutti i più grandi personaggi che venivano in Sicilia: da Guttuso a Carla Fracci, da Andreotti a Patty Pravo.
Fu proprio Renato Guttuso a regalarmi un suo disegno e a me venne l’idea di chiederlo agli ospiti dell’hotel, al posto della solita firma. La cosa diventò un vezzo per tutti, perché negli anni questa consuetudine fu conosciuta a livello internazionale.

Quanti disegni ha raccolto?
Quattromila. Sono esposti in un museo curato dalla mia associazione “La Casa di Colapesce”. Costituiscono  l’angolo della memoria, così come lo aveva definito Vincenzo Consolo, presidente onorario e mio caro amico, al quale il museo è dedicato. Una parte di questi disegni è stata pubblicata in un libro dalla giornalista Melinda Zacco, insieme a varie storie ed aneddoti che io racconto sui personaggi delle Palme. Le copie sono in numero limitato: ce ne sono soltanto 120.

Come mai?
Il libro costa duemila euro. Un prezzo dovuto al materiale con cui è stato fatto: la copertina è in cuoio con l’effigie di Wagner, che terminò di comporre il Parsifal proprio alle Palme e le pagine sono in carta millenaria. Una carta di Puro Cotone Linters che non produce microrganismi,  in modo da durare nei secoli, creata secondo le antiche tecniche arabo-normanne dal maestro cartaio Franco Conti. Io stesso trovai la formula giusta, per evitare che l’inchiostro si espandesse durante la stampa.
Oggi una copia del libro è conservata anche nella biblioteca del Vaticano e nel 2006 ne è stata donata una al Papa Benedetto XVI.
Tutti i disegni originali dei personaggi che hanno soggiornato nell’hotel fanno parte anche di un museo che ho realizzato nella mia villa a Mirto, in provincia di Messina, dove vivevano i miei nonni.

E’ vero che Andreotti, dopo essere entrato dall’ingresso principale, usciva da quello secondario per incontrare in segreto delle persone, facendo credere invece di riposare nella sua stanza?
Io ero il prediletto, eravamo amici e posso dire che questa cosa non è affatto vera. Quando gli ho chiesto di disegnare, ha scritto:  “A Toti, Giulio Andreotti, negato per il disegno”. Lo considerava un dono speciale. Oreste Lionello, che lo imitava al Bagaglino, mi fece la caricatura di Andreotti durante il periodo dei processi. Gli disegnò  una palla e scrisse: “A piede libero”.

Anche Cossiga fu ospite dell’hotel?
Si. Ricordo che mi disse: “Lei è il famoso Barman? Anch’io voglio far parte della sua raccolta”. E poi mi diede un consiglio curioso: “Insieme alla stilografica non dia mai l’astuccio, perché il disegnatore di turno potrebbe, anche non intenzionalmente, richiuderla e mettersela in tasca. A lei sembrerà brutto chiedere di restituirla e in questo modo le avranno fregato la penna”.

Che mi dice invece del Barone Di Stefano, di Castelvetrano? E’ vero che visse alle Palme per cinquant’anni? Si disse che per aver ucciso un ragazzino vicino alla cosca locale, sorpreso a rubare nelle sue campagne, la mafia lo avesse condannato a non tornare più nella sua città.
Il barone visse al Grand Hotel delle Palme per cinquantadue anni. Ma quella della punizione della mafia è una diceria. Ne hanno scritto di tutti i colori. Il vero motivo non si è mai saputo. Posso dirle però che era un gran signore. Scriva pure chi erano i suoi amici: Renato Guttuso, Fabrizio Clerici, Carla Fracci, il tenore Giuseppe Di Stefano, il vulcanologo Marcello Carapezza. Quest’ultimo era il padre biologico del figlio adottivo di Guttuso. Era anche molto amico di Ubaldo Mirabelli, sovrintendente del teatro Massimo, e del suo figlioccio Pietro Diliberto.
Amava l’antica cucina siciliana e uno chef gli preparava i piatti in base alle sue ricette. Da Castelvetrano arrivava l’olio, il vino e tanto altro. Ma lui, durante i suoi pasti, beveva succo di limone.

Come vi siete conosciuti?
Quando l’ho visto per la prima volta, mentre curava le sue piante, l’avevo scambiato per il giardiniere e volevo offrirgli un caffè. Lui mi rispose: “No, unni pigghiu cafè”. Ma io insistevo: “E allura n’avutra cosa… Ci la offru iu”. Ovviamente non ci fu verso. I miei colleghi poi mi terrorizzarono: “Ma cosa hai combinato? Quello era il barone Di Stefano!”.
La sera, per cercare di rimediare, gli passai accanto con passo svelto salutandolo con riverenza: “Buonasera, signor barone”. Lui capì il mio imbarazzo e mi disse: “Un curremu, un curremu. Aspettassi, vinissi ccà, come si chiama lei?”.
“Toti”, risposi io.
“Don Totino, un curremu…”. Aveva capito che cercavo di scappare, ma aveva apprezzato la mia iniziale spontaneità. Da quel momento è nata un’amicizia che durò fino alla sua morte.
Il barone era una persona generosa. Non era affatto cattivo. E poi, gli amici importanti che aveva, se non fosse stata una persona per bene, non si sarebbero avvicinati. O no?

Egidio Morici
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