Nel mezzo di una malasanità che si mostra a ferite vive sulle persone e che ci costringe a vergognarci della nostra terra, tanto bella e ricca, c’è anche tanta buona sanità che spesso non si racconta. Perché fa più notizia la malasanità nei registri della comunicazione. Eppure meritano di essere raccontate quelle esperienze che lasciano il segno sulla pelle, perché ci sei dentro. È quello che ha fatto in una lettera inviata ai vertici dell’ospedale Villa Sofia di Palermo la giovane mazarese Ilaria Macaddino, ricoverata in Neurochirurgia per un’ernia lombare. Qualche giorno addietro è stata operata dall’equipe di Neurochirurgia (guidata da Silvana Tumbiolo), dal medico castelvetranese Alessandro Adorno. «Ci sono alcuni luoghi – racconta Ilaria Macaddino – che, con discrezione e forza insieme, si trasformano in soglie profonde tra la paura e la rinascita. Qui per me è stato un passaggio intimo e decisivo, in cui il dolore si è fatto lentamente spazio per lasciare entrare di nuovo la vita».

Non è solo un racconto di gratitudine scontata quella di Ilaria Macaddino ma un’analisi di una giovane siciliana che osserva la sanità della sua terra dove ha scelto di vivere: «ho incontrato una forma di eccellenza che va oltre la competenza tecnica e si radica nella presenza autentica. La mia Sicilia è una terra che, proprio attraverso uomini e donne che svolgono il proprio mestiere con dignità, dedizione e sapere, dimostra come la vera differenza nasca dall’incontro tra responsabilità e coscienza, tra competenza e umanità».

Ilaria Macaddino ha sperimentato «rigore e umanità» nel dottor Alessandro Adorno: «È in figure come la sua che la medicina ritrova la sua espressione più alta: non soltanto cura, ma autentica presa in carico della persona». Già, il valore umano della cura. Un sorriso offerto nel momento giusto, una parola lieve capace di sciogliere la tensione, una presenza discreta ma costante, «sono questi i dettagli che trasformano un’esperienza sanitaria in qualcosa di più, in qualcosa che resta».

Quell’ernia lombare con la quale è entrata in ospedale Ilaria Macaddino non rappresentava soltanto una condizione clinica, ma un limite, una paura, una sospensione della libertà: «Ora ne esco portando con me una cicatrice che, lungi dall’essere un segno, si fa racconto: di una fragilità affrontata, di competenze che hanno saputo intervenire con precisione e cura, di persone che hanno scelto, ogni giorno, di esserci davvero», scrive ancora Ilaria Macaddino. C’è un volto di sanità dà fiducia: «Noi possiamo cambiare le cose, grazie a voi (rivolgendosi al personale dell’Unità di Neurochirurgia) possiamo dire che qui c’è il presente e il futuro, che qui in Sicilia abbiamo eccellenze che possono eliminare i viaggi della speranza fuori dalla Sicilia. Io ne sarò felice di gridarlo». Il grido di una giovane siciliana che crede nella sua terra.

Ilaria Macaddino e Alessandro Adorno.

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