Una generazione fa una famiglia possedeva forse duemila fotografie, distribuite tra qualche album e una scatola di latta. Oggi una singola persona ne produce altrettante in un anno. Il paradosso è che quella famiglia con duemila fotografie sapeva raccontare ogni immagine, mentre chi ne ha ventimila fatica a ritrovarne una specifica e non riaprirà mai la maggior parte.

Abbiamo risolto il problema della conservazione e ne abbiamo creato un altro, meno discusso: la memoria non coincide con l’archiviazione. Conservare è un’operazione tecnica ed è diventata gratuita. Ricordare è un’operazione selettiva, e continua a costare esattamente quanto costava prima.

La differenza tra un archivio e un deposito

Chi lavora con i documenti conosce da secoli questa distinzione. Un archivio non è il luogo dove finisce tutto: è il risultato di un lavoro di selezione, ordinamento e descrizione. Senza quel lavoro non si ottiene un archivio, si ottiene un deposito, cioè un posto dove le cose esistono ma non si trovano.

La conservazione digitale ci ha consegnato depositi di dimensioni enormi con pochissimo lavoro archivistico dietro. Le fotografie ci sono tutte, ma senza descrizione, senza gerarchia e senza criterio. Le ricerca automatica per volti e luoghi aiuta, e nel frattempo introduce un altro problema: per funzionare deve analizzare l’intero contenuto, il che significa che qualcuno oltre a noi ha letto quell’archivio.

Quando la memoria viene costruita apposta

Esistono operazioni che vanno nella direzione opposta, e vale la pena guardarle perché mostrano cosa cambia quando la selezione viene fatta davvero.

A Gibellina, nel programma della città come capitale dell’arte contemporanea, un progetto fotografico costruisce l’archivio dei ritratti degli ultimi abitanti del paese vecchio, ciascuno fotografato sul punto del Grande Cretto che corrisponde alla propria casa originaria. Non è un accumulo di immagini: è un criterio applicato con rigore, una persona per ogni casa scomparsa, con le testimonianze raccolte accanto ai ritratti.

Quel progetto produce memoria perché ha deciso cosa contava. Un telefono con ventimila fotografie non produce memoria perché non ha deciso niente. La differenza non sta nella quantità di materiale, sta nella presenza di una scelta.

Il diritto di lasciar sparire qualcosa

C’è poi una dimensione che riguarda direttamente la vita privata. La memoria umana funziona anche perché dimentica: ammorbidisce, sfuma, riordina, permette a una versione più vecchia di sé di allontanarsi. Gli archivi digitali non fanno niente di tutto questo. Conservano una conversazione di dieci anni fa con la stessa nitidezza di una di ieri, e la ripropongono con la stessa evidenza.

Non è un problema astratto. Riguarda relazioni finite, opinioni cambiate, fasi della vita che una persona ha attraversato e superato. La possibilità che qualcosa smetta di essere consultabile non è una perdita, è una condizione perché l’identità possa cambiare nel tempo.

Alcune piattaforme lo hanno recepito costruendo il servizio attorno a questa idea. In una realtà come Evavip Palermo la scelta di non accumulare cronologie e di non conservare dati oltre lo stretto necessario non è una mancanza di funzionalità: è il punto centrale della proposta. In un settore dove la riservatezza è il presupposto, un archivio permanente sarebbe un difetto di progettazione, non un valore aggiunto.

Selezionare senza diventare archivisti

Applicare un minimo di criterio al proprio materiale non richiede metodo professionale. Richiede di fare, ogni tanto, quello che nessun sistema automatico può fare al posto nostro: attribuire importanza.

Un esercizio semplice consiste nel selezionare, alla fine di un viaggio o di un anno, un numero chiuso di immagini. Venti, cinquanta, il numero conta poco. La costrizione obbliga a guardare e a scegliere, che è esattamente l’operazione che l’archiviazione automatica ci ha tolto. Il resto può restare dov’è, ma smette di essere l’unica cosa che c’è.

Un secondo esercizio riguarda le conversazioni. Quasi tutte le applicazioni di messaggistica permettono la cancellazione automatica dopo un periodo definito. Attivarla non distrugge nulla di importante, perché ciò che è importante viene salvato altrove, e riduce di molto la quantità di materiale che sopravvive senza ragione.

Ricordare è una scelta, non una funzione

La tecnologia ha reso la conservazione così facile da farla sembrare l’unica opzione ragionevole. In realtà tenere tutto è una decisione come un’altra, presa per impostazione predefinita da qualcun altro e mai discussa.

Le comunità che hanno perso qualcosa lo sanno bene: la memoria non si salva accumulando, si salva scegliendo cosa raccontare e a chi. Vale per un paese, vale per una famiglia e vale per una galleria fotografica.

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