Ieri il magistrato Massimo Russo, già assessore regionale alla salute in Sicilia, è stato relatore del convegno sul tema “La sanità che vorrei” organizzato dal Kiwanis club di Castelvetrano al teatro Selinus, con la partecipazione di una delegazione di studenti del Polo liceale della città.
Dottor Massimo Russo, qual è la situazione attuale della sanità in Sicilia e cosa viene richiesto al Governo nazionale?
«Il sistema sanitario siciliano è saltato ed è arrivato il momento di chiederne il commissariamento. Il Governo nazionale deve verificare, senza ulteriori ritardi, i presupposti e attivare le procedure previste, poiché la salute dei cittadini non può continuare a pagare il prezzo di un fallimento politico e amministrativo. Se poi si aggiunge che nel governo Schifani si sono avvicendati tre assessori alla Salute nella stessa legislatura, questo da il metro di una discontinuità che evidenzia l’incapacità politica di garantire una guida stabile a un settore delicatissimo».
Quali sono i dati reali sul disavanzo economico previsto per il 2026?
«La situazione è più grave dei 400 milioni di cui si è parlato: secondo le stime regionali riportate dalla stampa, al 30 giugno si stima un disavanzo di circa 650 milioni per il 2026, che gli interventi di contenimento dovrebbero ridurre a 400. Anche se non si tratta di un consuntivo definitivo, l’entità dello squilibrio richiede un’immediata assunzione di responsabilità».
Quali conseguenze pratiche avrà questo deficit sui cittadini siciliani?
«Il disavanzo sanitario assorbe risorse pubbliche e riduce i margini per migliorare i servizi, rischiando di presentare ai siciliani un conto salato: l’aumento delle tasse a fronte di minori risposte ai bisogni di salute. La Regione ha sottoscritto il Piano di rientro nel luglio 2007. A quasi vent’anni di distanza la questione è ancora aperta e irrisolta, imponendo una riflessione sulle responsabilità accumulate dalle diverse stagioni politiche».
È sufficiente giustificare la crisi con l’aumento dei costi generali o l’inflazione?
«No, non basta. È necessario spiegare l’impatto della cattiva organizzazione, delle inefficienze e delle scelte di gestione, individuando chiaramente chi ne deve rispondere, trattandosi della tutela del fondamentale diritto alla salute».
Qual è l’anomalia emersa riguardo alle verifiche sui direttori generali della sanità?
«Le valutazioni dei direttori generali risultano ferme al 2020. Chi assegna risorse e obiettivi ha il dovere di verificarne tempestivamente i risultati: per questo la Regione deve chiarire quali valutazioni degli anni successivi siano state completate e renderne pubblici gli esiti. La legge regionale 5 del 2009 prevedeva precisi strumenti di controllo: l’articolo 16 impone verifiche trimestrali sui risultati dei direttori generali, mentre l’articolo 19 disciplina il monitoraggio e la valutazione del loro operato. Gli strumenti normativi, dunque, esistevano già».
Cosa comporta il mancato controllo sull’operato dei manager sanitari?
«Omettere le verifiche significa violare obblighi di legge. Un’amministrazione incapace di valutare l’esercizio dei poteri affidati ai vertici aziendali abdica a una propria funzione essenziale: il fallimento dell’azione di governo si misura proprio nella distanza tra la nomina dei dirigenti e il loro effettivo controllo».
Basta la minaccia di far decadere i manager per risolvere la questione politica?
«No. Anche se il presidente Schifani ha annunciato la possibile decadenza dei manager che non centrano l’equilibrio economico, la responsabilità politica non può limitarsi alla sola minaccia di destituirli».

Massimo Russo, al centro nella foto, a fianco Doriana Licata, presidente del Kiwanis Club di Castelvetrano.












