matteo messina denaroA Castelvetrano la lotta alla mafia si combatte contro il pizzo. Ma il pizzo non c’è: commercianti ed imprenditori della città non lo pagano. Non perché si siano ribellati, ma perché nessuno gliel’ha chiesto. Non è una novità, lo si sa da anni. E’ una geniale trovata di Matteo Messina Denaroper mantenere il consenso.

Basta scambiare due parole coi negozianti per rendersi conto che a metterli in ginocchio non sono le estorsioni ma le tasse, la crisi e la paura delle rapine. A taccuino chiuso e telecamere spente, qualcuno vi dirà che è meglio che il boss rimanga libero, perché se altri al posto suo cominciassero a chiedere il pizzo, potrebbero chiudere davvero tutti.

Qui i paesani pagano solo se fanno impresa fuori città. Qualche anno faGiuseppe Grigoli, ex re dei supermercati Despar, non parlava certo per sentito dire quando diceva che “a Castelvetrano in via XX settembre, in un appartamento al piano terra, Matteo Messina Denaro mi disse: se apri nuovi supermercati in altre città, devi pagare”.

Anche l’ex sindaco Gianni Pompeo, intervenendo nel 2007 ad una conferenza cittadina su usura e racket, aveva detto che nella sua città non gli risultava che si pagasse il pizzo. E non aveva torto.

Nel settembre scorso però il nuovo sindaco Felice Errante, dalle telecamere del Tg2, toglie l’Imu, la tassa sull’immondizia e l’imposta sulla pubblicità a chi denuncia il racket. Rai 2 intervista anche il titolare di un bar e la proprietaria di una cartolibreria. Ma uno dice che non ha mai ricevuto richieste di pizzo e l’altra che tra i commercianti troverebbero solo debiti. Omertosi? Oppure cittadini di una Castelvetrano “pizzo- free” (per i paesani) proprio grazie all’esenzione dello stesso Messina Denaro?

La mafia, quella vera e non quella del pizzo fantasma, la si conosce dagli arresti dei fiancheggiatori. Di loro però nessuno parla in città, se non il minimo sindacale imposto dalla notizia, rifuggendo gli approfondimenti nel nome di un finto garantismo a copertura delle solite prudenze interessate. Molto più comodo cercare la mafia dove non c’è.

E la passeggiata del presidente della FAI (Federazione Associazioni Antiracket) Tano Grasso per il corso principale della città?

L’11 dicembre scorso, quando non era ancora entrato nella squadra di Crocetta come dirigente dell’Osservatorio lavori pubblici, era alla testa di una piccola carovana composta da prefetto, questore, sindaco, comandanti delle forze dell’ordine e gruppi scolastici. Una visita ai negozianti, per proporre di formare un’associazione antiracket.

Nessuno ha spiegato a Tano Grasso come stanno le cose?

Forse no. Ecco perché è bastato poco per leggere l’intimidazione subita dal giovane imprenditore Vincenzo Italia, come la risposta mafiosa a chi dice no al racket. Qualcuno gli aveva tagliato 600 alberelli di melograno. Nessuna richiesta di pizzo e nessun segnale di precedenti intimidazioni. Perché?

Un messaggio contro il solito corteo per la legalità che l’associazione di cui era presidente Vincenzo Italia avrebbe fatto ad aprile con le scuole? Oppure sono stati i tombaroli, secondo una strampalata ipotesi letta sulle pagine locali del Giornale di Sicilia?

Secondo Tano Grasso, a compiere un atto di questo tipo sarebbe stata la mafia che, indebolita, avrebbe sentito il bisogno di dare visibilità alla propria esistenza.

Ai ragazzi del liceo, recentemente ha anche detto “Andare a comprare nei negozi che non pagano il pizzo non è retorica, ma una cosa che in un posto come questo può avere un grande significato”.

Ma qui i negozi che non pagano il pizzo sono nelle pagine gialle. Tutti.

La confusione regna sovrana. Al punto che l’episodio degli alberelli tagliati, viene considerato il momento opportuno in cui far nascere un’associazione antiracket a Castelvetrano: “Se non ora quando?” dice Tano Grasso.

E chi sono gli imprenditori e i commercianti di Castelvetrano?

Grasso ne fa un ritratto poco incoraggiante. Oltre a rivelarci il perché, durante la passeggiata dell’11 dicembre in corso Vittorio Emanuele, fece visita a pochissimi negozi:

A destra e sinistra c’erano una quarantina di negozi. Siamo entrati si e no in quattro  o cinque. Questo perché vuol dire che gli altri trentacinque negozi non venivano giudicati tali da poter far entrare il massimo rappresentante dello Stato sul territorio. Non mi era mai capitata da nessuna parte una percentuale così. Questo ci dà la misura della difficoltà di un posto come questo. Questo dato ci dice che qui la mafia non è un corpo estraneo alla comunità. Qui la mafia è dentro il nostro quotidiano orizzonte di vita […] Qui vi è un area di imprenditori grigi assai ampia. Non parlo dell’imprenditore segnatamente mafioso, quello si individua, spesso lo si mette in carcere e gli sequestrano i beni. Io parlo di un’area di imprenditori che non sono magari penalmente responsabili, perché per esserlo bisogna compiere degli atti precisi, ma il fatto stesso di essere imprenditori in questo territorio, comporta che abbiano una posizione… non dico di collusione, ma di fiancheggiamento in senso lato”.

A palermo, dopo le stragi del ’92, per tanti anni non si bruciarono più negozi. La mafia c’era lo stesso, ma  non c’era bisogno degli attentati, perché tutti pagavano.

A Castelvetrano invece non c’è bisogno dell’antiracket, perché non paga nessuno.

Qui c’è l’esenzione.

Egidio Morici
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