analfabeti.jpgLe statistiche parlano che nell’anno duemila, in Italia, c’erano ancora 6.000.000 d’analfabeti. Si tratterà certamente di una statistica all’italiana, di un dato assurdo ai giorni nostri. Tuttavia, è un dato molto confortante se pensiamo che intorno agli anni ’40, presso la classe meno abbiente della popolazione siciliana, l’analfabetismo era quasi totale. Anche se analfabeti, queste persone avevano una loro forma letteraria arcaica e semplice, formata da “cuntura”, proverbi, massime e motti, tutti con scopi moralistici ed educatori, tramandata da padre in figlio.

L’oralità aveva il fascino di sapere tramandare i valori di quella cultura elementare con parole solenni ed arcaiche che nessun’altra lingua ufficiale sarebbe stata capace di realizzare. Anche la proverbiale gestualità siciliana faceva parte della loro cultura, perché permetteva di esprimere sentimenti e pensieri intimi difficilmente esprimibili con i pochi vocaboli a disposizione di un analfabeta.

Essa è sorta per la necessità di dovere dialogare, per motivi commerciali, con i vari popoli del Mediterraneo, ma anche per farsi capire dai nostri numerosi colonizzatori, sempre diversi per civiltà e lingua.Molto conosciuti da tutti ed usati immancabilmente nei discorsi erano i proverbi e le frasi idiomatiche; essi racchiudevano tutta la saggezza del nostro popolo antico acquisita dalle varie civiltà che attraverso i secoli dominarono e governarono la Sicilia. I proverbi trattavano gli argomenti più disparati come: l’amore, la donna e la sua fedeltà, l’agricoltura, il tempo atmosferico e la sua influenza sull’agricoltura, il calendario e le stagioni, ecc. Per facilitarne l’apprendimento, essi erano brevi e spesse volte composti in rima o in assonanza poetica.

Lo stesso sistema era adottato per le preghiere e le orazioni. Lo stesso proverbio, muta da paese a paese, secondo gli usi e costumi locali; anche quando le sue origini non sono siciliane, qui è adattato alla nostra cultura. La vita del Siciliano, è tuttora scandita da norme precise, inevitabili e irrinunciabili ed i proverbi rappresentano le norme, il vangelo, attorno ai quali giostra tutto il loro modo di vivere. Era consuetudine, infatti, affermare che “lu pruverbiu anticu nun sbagghia mai” oppure “lu pruverbiu anticu è comu lu vangelu nicu”.


In tempi relativamente recenti molti studiosi incominciarono a fare raccolta dei proverbi provenienti da tutte le parti della Sicilia; oggi si parla già di 13.000 proverbi raccolti. Personalmente ne ho raccolti 2.500, per averli sentiti citare a Castelvetrano dalle persone anziane. Uno di questi, strettamente castelvetranese, afferma: “Quannu si viri Pantiddiria lu malu tempu è pi la via” (qualcuno dice “… lu sciroccu è pi la via”). A me sembrava una cosa assurda, data la distanza, ma i miei genitori, asserivano di avere visto Pantelleria addirittura da un’altura della zona Fontanelle. Il giorno 17/08/2005, finalmente ho avuto la sorpresa e la fortuna di vedere all’orizzonte, in maniera molto nitida, due montagne: una più alta e una più bassa; si trattava proprio dell’isola…che c’è.

In quel momento ho sentito una gioia infantile, come se avessi scoperto qualcosa. Credo di avere provato la stessa sensazione di Ciaula, quando “scopre la luna”. Ebbene, la stessa sera ha iniziato a soffiare un fresco vento di scirocco ed il giorno dopo, di mattina presto, è piovuto.
Un altro proverbio prettamente castelvetranese, che corrisponde a verità, asserisce: -“Megghiu vucari a li remi di la vicaria chi a lu carciri di Castedduvitranu”. Come ho già scritto in altri argomenti, ciò che scrive il Ferrigno sulle torture e pene capitali eseguite nella vecchia torre saracena del 1.600, (la Vicaria nova) c’è da inorridire.Tornando ai nostri proverbi, i nostri nonni parlando di due persone amiche molto affiatate, avrebbero detto: “sunnu comu lu sicchiu e la corda” oppure “comu l’api e lu meli”. Al contrario, parlando di due persone “ch’un si ponnu viriri” (che si odiano) avrebbe detto: “sunnu comu lu attu e lu cani” oppure “comu soggira e nora”.

Ho voluto fare questi esempi a conferma dell’importanza dei proverbi per i Siciliani nella parlata corrente e come spesso corrispondono a verità. . .

Vito Marino