A nome di tutti i figuranti, amici e simpatizzanti del Corteo Storico di Santa Rita, il direttivo del Centro Studi sugli Usi, Costumi e Tradizioni Medievali, appresa la prematura scomparsa del suo Presidente prof. Gennaro Bottone, ne ricorda commosso la figura di acuto intellettuale, di valido educatore, di capace amministratore pubblico.

Artefice di molteplici iniziative volte alla promozione della cultura e delle tradizioni della nostra Città, ma soprattutto ne richiama le grandi qualità di uomo e di credente, unendosi alla famiglia in questo momento di dolore, si impegna a non disperdere quanto da lui costruito e ne piange l’amico.

I funerali del compianto prof. Gennaro Bottone saranno celebrati martedì 1° Febbraio 2011 alle ore 10,30 in Chiesa Madre

Davvero non so come cominciare a scrivere il ricordo dell’amico di una vita; l’amico che ha compiuto il grande viaggio, che ora sa cosa sia davvero quell’al di là, di cui tanto avevamo parlato e nel quale egli, uomo di una fede problematica e sofferta, profondamente credeva.

Mentre lo guardavo, irriconoscibile, nella bara, affioravano alla memoria i tanti episodi di un sodalizio principiato in gioventù, fatto di momenti di spensierato divertimento, di lunghe e appassionate discussioni, di alti e bassi, come in tutte le amicizie, di confidenze e impuntature, di condivisioni e irrigidimenti, di frequentazioni e silenzi. Che dire ora, per ricordare Gennaro o, se preferite, Gennarino, come molti lo chiamavano? Ecco, forse già nella scelta di questo diminutivo, che strideva apparentemente con la sua robusta complessione fisica, è possibile cogliere una delle chiavi di lettura che può aiutare a capire, al di là della solita retorica coccodrillesca che inevitabilmente accompagna ogni morte, chi fosse davvero Gennaro Bottone. Gennarino, appunto, voleva essere, da parte dei tanti che lo conoscevano, una maniera per sottolineare la sua giovialità, quel tratto inconfondibile in cui sorriso e battuta arguta, spesso mirabilmente si coniugavano; Gennarino: per molti era un modo per dimostrargli simpatia o velata condiscendenza anche rispetto a scelte che, pur competendo alla sua sfera personale, potevano apparire in società provocatorie o imbarazzanti; Gennarino: era questo, forse, l’escamotage per metabolizzare un personaggio scomodo, a cui tutti erano disposti a riconoscere una intelligenza vivace, una grande capacità di sintesi, un non comune spirito critico, ma non a considerarne il travaglio interiore che si nutriva di dubbi, scrupoli, delusioni, rammarichi, amarezze, paura della solitudine. Ecco perché chi davvero gli era amico non lo ha mai chiamato Gennarino, preferendo magari altre espressioni, nelle quali si racchiudeva la stima, l’affetto e il riconoscimento di un ruolo guida che naturalmente gli apparteneva.

Potrei parlare, ora, della sua bontà, della sua generosità, della sua allegria; potrei sottolineare il peso fondamentale che egli ha esercitato nella cultura castelvetranese, dagli anni Settanta fino a pochi giorni prima della sua morte; o evidenziare il suo ruolo di educatore nella scuola pubblica; o di politico e amministratore del Comune di Castelvetrano; o di animatore di iniziative per la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e religioso. Non direi niente di nuovo e rischierei di cadere anch’io nella tentazione di confezionare il tipico “santino” delle orazioni funebri. Vorrei rimarcare soltanto la grande dignità con la quale Gennaro Bottone ha vissuto, anche nella malattia e fino all’ultimo, la sua vita. Un’esistenza nella quale egli ha dovuto fare uno sforzo maggiore; ha dovuto, in ogni circostanza, dare di più, onde sfuggire agli stereotipi, ai luoghi comuni, all’inveterato vizio del giudizio temerario e delle moralistiche classificazioni. Penso in questo momento di dolore che nessuna altra cosa ci conforti tanto, quanto il ricordo di Gennaro come un vero amico, la felicità di avere goduto della sua presenza, di esserci tante volte confidati a lui o di averne raccolto e capito le gioie e le sofferenze. Chi lo ha amato davvero custodirà sempre la sua memoria, per sentirlo vicino, quasi per udire ancora la sua voce e proseguire colloqui mai finiti.

Francesco Saverio Calcara