Essepiauto

5 luglio 1950, il famigerato bandito è vittima di un conflitto a fuoco con i carabinieri nel cortile di una casa di Castelvetrano. In realtà, Salvatore Giuliano è stato ucciso in un agguato a sangue freddo.

Oggi due studiosi, Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino hanno chiesto al questore di Palermo di riaprire le indagini su quel cadavere. Perché forse non è il suo. Castelvetrano è un paesone in provincia di Trapani, oggi fa 30 mila abitanti ma, nel 1950, erano molti di meno, la maggior parte occupati nell’agricoltura. Un paese contadino, della profonda Sicilia uscita dalla guerra con le ossa più rotte che mai.

Trasferiamoci qui e immaginiamo la notte fra il 4 e il 5 luglio di sessant’anni fa. Osserviamo la scena: ci sono due garzoni della panetteria di Via Mannone seduti sul marciapiede. Aspettano che il pane lieviti (una volta era così, prima che scoprissero il lievito industriale, che agisce istantaneamente e non dà alcuna consistenza al pane) fuori dall’asfissiante locale con il forno al massimo. Ad un certo punto irrompono due sconosciuti: “Andate dentro e chiudetevi!” ordinano. I ragazzi protestano ma poi capiscono che è meglio eseguire. Chiudono le imposte del locale ma si appostano per traguardare dalle fessure.


Per almeno due ore non succede nulla. I due garzoni sono delusi e intanto hanno cominciato ad infornare le pagnotte. Nello stesso istante, il mugnaio Giovanni Carta dormicchia sul balcone, come spesso fanno i siciliani d’estate per scampare all’afa insopportabile. Oramai sono le tre. Immaginiamo quegli istanti. Due colpi secchi, nel silenzio della strada siciliana. I garzoni sobbalzano e si precipitano di nuovo verso le tapparelle. Il mugnaio si sveglia di soprassalto. I colpi provengono dalla casa dell’”avvocaticchio” – così lo chiamano i paesani, in tono spregiativo – Gregorio De Maria, un trentaquattrenne laureato in legge ma che non esercita alcuna attività. Vive da scapolo con la madre e una domestica ventenne, Nedda Frosina, poco oltre

Quest’ultimo vede un uomo uscire frettolosamente dal cortile e dirigersi verso il centro della piazza Matteotti ed altri due entrare nel cortile. Un’automobile mette in moto e parte veloce. Subito dopo due raffiche di mitra rompono nuovamente il silenzio. La stessa scena viene vista anche da Luciano Maniscalco, detto Nenè, svegliato anche lui dalle raffiche e subito dopo da un uomo in canottiera che dice “Tutto fatto” ad un altro in strada. Nel frattempo qualcuno, sul balcone di casa de Maria, vomita.

Anche i garzoni hanno visto qualcosa: due uomini trascinano un corpo e lo ripongono nel cortile dell’abitazione dell’avvocaticchio. Poi gli sparano le due raffiche, escono fuori sulla via Mannone e sparano in alto altre raffiche. Poco dopo – oramai sono le 4 del mattino – quel cortile si affolla di gente, carabinieri, poliziotti, fotografi, cineoperatori. Sembrano tutti impazziti. Alle 6,30 arrivano in paese due quotidiani: il “Giornale di Sicilia” e la “Sicilia” in edizione straordinaria; hanno lo stesso titolo: “Stanotte a Castelvetrano, il bandito Giuliano è stato ucciso in un conflitto a fuoco”.

La verità camuffata

La foto ufficiale, vista da milioni di persone, ritrae Salvatore Giuliano bocconi, con un mitra a mezzo metro di distanza e una chiazza di sangue per terra. È un giovane di 28 anni, che per almeno sei ha messo a ferro e fuoco la parte occidentale della Sicilia, con la sua banda e con il cugino Gaspare Pisciotta. È autore, fra l’altro, della strage di Bellolampo, una bomba messa sul ciglio della strada, che uccise sette giovani carabinieri di una colonna di automezzi, la sera del 19 agosto 1949. Due anni prima, il 1° maggio, aveva organizzato la strage di Portella delle Ginestre, causando la morte di 11 persone.

Salvatore Giuliano è il prototipo del criminale siciliano, taciturno ma fiero, non si perita di uccidere qualsiasi persona gli sia nemica, ma rispetta donne e bambini, frequenta il potere e, soprattutto, è ferocemente anticomunista. Queste “qualità” lo rendono assai utile a pezzi dello stesso potere che ufficialmente lo combatte e perfino agli americani, in quel periodo impegnati strenuamente nella nuova guerra non dichiarata con la Russia sovietica. Giuliano, almeno fino al 1949, lavora per questi apparati, ne diventa il braccio armato e quando oramai è bruciato, viene scaricato, soprattutto perché ingombrante. Così, la sua morte, nonostante la presenza fisica di un cadavere, è quanto di più ambiguo ed incerto ci sia. È morto ma non è morto così come dice la versione ufficiale. Ora, addirittura, si sospetta che quel cadavere non sia il suo. Ma andiamo con ordine, in una storia intricata, come lo sono tutte quelle che ardono e si spengono in Sicilia.

“Di sicuro c’è solo che è morto”

Tommaso Besozzi, inviato de L’Europeo. Con le sue inchieste scoprì la falsa versione sulla morte di Giuliano
Tommaso Besozzi è l’inviato di un settimanale in quegli anni molto prestigioso: L’Europeo, fondato e diretto da uno dei più grandi giornalisti italiani, Arrigo Benedetti. Il 16 luglio esce il suo reportage, il primo a smentire che l’uccisione del bandito Giuliano sia avvenuta come hanno raccontato fino ad ora le fonti ufficiali e, in primo luogo, la relazione stilata dal capitano dei carabinieri Antonio Parenze, il coordinatore sul campo dell’intera operazione. Il solerte capitano racconta che i carabinieri hanno saputo da un confidente che Giuliano, oramai rimasto solo, si è rifugiato a Castelvetrano ed è in procinto di fuggire, forse negli Stati Uniti (il bandito era maniacalmente innamorato degli americani ed aveva scritto più volte al presidente Truman). Parenze e la sua squadra giungono nottetempo in paese; sanno dove alloggia il bandito e lo intercettano. Lui si difende con mitra e pistola, ingaggiando una furiosa sparatoria, nella quale ha la peggio, dopo che si è rifugiato nel cortile di Gregorio De Maria.


Besozzi, arrivato prontamente a Castelvetrano, interroga tutti gli abitanti di Via Mannone, studia accuratamente la posizione del cadavere di Giuliano. Da come è defluito il sangue e dai fori di entrata dei proiettili, comprende che la versione della sparatoria non sta in piedi. La pelle di Giuliano presenta dei graffi, segno che è stato trascinato sul selciato. Un particolare più degli altri lo insospettisce: la cintura dei pantaloni è infilata in soli due passanti, come se fosse stato rivestito in fretta. Il 23 luglio, un altro inviato del settimanale, Nicola Adelfi, formula un’ipotesi: Giuliano è stato ucciso nel sonno dal cugino Gaspare Pisciotta, che poi, insieme ad altri ha costruito la messinscena (Pisciotta morirà in carcere, bevendo un caffè avvelenato, il 9 febbraio 1954, ucciso perché era oramai diventato un pericolo per i mandanti dell’eliminazione di Giuliano).

La verità emersa

Secondo la versione passata oramai alla storia come vera – ancorché mai accertata da un tribunale – la spia dei carabinieri è lo stesso Gaspare Pisciotta che, quella notte, dorme nella stessa stanza di suo cugino e, una volta sicuro che dorma profondamente, impugna la calibro nove e gli spara due colpi alle spalle, avvertendo poi i carabinieri del capitano Parenze. La sceneggiata successiva fa parte di un piano studiato nei minimi dettagli. Ma c’è un problema. Il comandante delle forze contro il banditismo, il colonnello Ugo Luca, nell’organizzare l’irruzione per la cattura di Giuliano, ha escluso il colonnello Paolantonio e il maresciallo Lo Bianco, che erano stati il motore di quelle indagini, affidando la gestione operativa al solo Antonio Parenze, uomo dei servizi segreti, in stretto contatto con gli americani, ciò che provocherà le rimostranze e i sospetti dei due esclusi. Segno, peraltro, che si trattava di un’operazione “coperta”, fatta in un certo modo ma che doveva “apparire” in un altro e di cui Paolantonio e Lo Bianco conoscevano solo la parte “ufficiale”.

I nuovi dubbi

Anche a seguito dell’eliminazione di Gaspare Pisciotta, fino ad ora si era pensato che la dinamica dell’eliminazione del bandito Giuliano fosse chiara. Giuliano aveva lavorato per una parte della Democrazia Cristiana, per settori coperti dei servizi americani ed anche per i fascisti di Junio Valerio Borghese; aveva svolto con solerzia il “lavoro sporco”, come a Portella delle Ginestre, ma ora era diventato troppo ingombrante. Ecco, dunque, che la sua morte diventava necessaria, non il suo arresto, perché Giuliano aveva già dato mostra di risentimento e avrebbe potuto ricattare i suoi mandanti.

Ma oggi, due valenti studiosi, Giuseppe Casarrubea (figlio di un sindacalista ucciso in Sicilia nel 1946 e autore di testi fondamentali per la storia politica siciliana) e Mario J. Cereghino hanno messo in dubbio anche questa versione, chiedendo ufficialmente al Questore di Palermo di riaprire le indagini sul caso Giuliano e riesumare i suoi resti per l’analisi del Dna. Secondo i ricercatori il cadavere del cortile di De Maria potrebbe non essere quello di Salvatore Giuliano. Un’ipotesi clamorosa, che poggia su alcune considerazioni. Innanzitutto un lavoro certosino su una vasta documentazione fotografica. Sulle immagini soprattutto del cadavere di Giuliano, così come appare nel cortile di casa De Maria, comparate con quelle del cadavere portato in obitorio per l’autopsia, il professor Alberto Bellocco, anatomo-patologo di chiara fama dell’Università cattolica di Milano, contattato dagli stessi Casarrubea e Cereghino, ha espresso notevoli dubbi, nel senso che i due cadaveri non sarebbero gli stessi, dato che presentano marcate differenze, sia nelle fattezze, sia perfino nelle ferite che presentano. I due studiosi riportano alcune affermazioni del cognato del bandito, Pino Sciortino: «Un sosia di Giuliano, un giovane di Altofonte, eccezionalmente somigliante a Turiddu, aveva l’incarico di farsi vedere in giro, di mettersi in vista, di farsi notare. Il suo compito era quello di comportarsi in maniera tale da dare l’impressione alla gente di trovarsi alla presenza di Giuliano. Questo giovane, sosia di Turiddu, sparì da casa per sempre un giorno prima della ‘ammazzatina’ di Turiddu a Castelvetrano, e non se ne seppe più nulla».

Forse parecchie persone avevano preso un impegno con Giuliano: quello di farlo sparire, lontano dalla Sicilia, a cominciare dal colonnello Ugo Luca e dal capitano Antonio Parenze. Forse quell’impegno fu rispettato. Forse, nella tomba di Giuliano non c’è Giuliano.

autore. Fulvio Lo Cicero
tratto da. www.dazebao.org