Essepiauto

Non è difficile pensare oramai ad una strategia. Cosa nostra attacca lo Stato e lo colpisce nei beni confiscati alle mafie. E in giornate strategiche, quelle che dovrebbero segnare la rinascita e invece adesso bisognerà fare i conti con la cenere che resta a testimonianza della violenza messa in atto.

Dalla Sicilia orientale adesso alla Sicilia occidentale, fin nel “cuore” del possedimento mafioso di Matteo Messina Denaro, il capo della mafia trapanese ricercato dal 1993, inseguito dalle condanne per le stragi del 1993, per una incredibile serie di delitti, il boss che tiene custodito quello che fu il “tesoro” di carte portato via in tutta fretta dalla cassaforte dell’ultimo nascondiglio di Totò Riina dalla casa “non perquisita” di via Bernini di Palermo.

Non possono lasciare indifferenti i recenti episodi di vandalismo a danno dei beni confiscati alle mafie, dalla Puglia alla Sicilia, dal Lazio alla Calabria. Quei beni non sono solo uno schiaffo alle organizzazioni criminali, uno strumento per indebolirle in cio’ che le rende forti: l’accumulazione illecita di capitali. Sono opportunita’ di lavoro, di economia sana e trasparente e prima ancora di cambiamento culturale. Proprio in questi giorni 6000 giovani si apprestano a passare parte delle vacanze in quei luoghi, vere palestre di cittadinanza, dove imparano che la democrazia e la giustizia sociale sono concetti vuoti se non si fondano sulla cooperazione e l’impegno di ciascuno di noi.

Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera

Messina Denaro sanguinario assassino è il boss che può vantarsi (sue parole) di avere potuto riempire da solo, con i suoi soli morti ammazzati, un intero cimitero.

Assassino e imprenditore. Con le stesse mani sporche di sangue Matteo Messina Denaro ha imparato a fare l’imprenditore, a lui le più recenti indagini riconducono una vera e propria holding di società. E in questo raggruppamento societario il cui simbolo sono le coppole e le lupare c’entrano anche vasti possedimenti terrieri. Tanti quelli finiti confiscati. Nella terra del boss sequestri e confische hanno riguardato pregiati uliveti, qui si coltiva la famosa “Nocellara del Belice”.

Gli ultimi roghi di terreni confiscati alle mafie sono di pochissime ore addietro. Simultaneamente focolai si sono accesi in diversi punti del Belice, a Partanna e a Castelvetrano. Distanze di poche chilometri tra un terreno e l’altro. Difficile non collegare quello che è accaduto ad una precisa strategia di attacco, sebbene oggi la provincia di Trapani è stata battuta da un forte vento di scirocco, la colonnina di mercurio si è parecchio alzata oggi e quindi l’ipotesi di roghi a causa del gran caldo non sono da escludere, viene da pensare però al fatto che l’afa estiva finisca con il fare accendere fuochi solo nei terreni confiscati e non in altri e in quelli viciniori.

Accertare l’origine dolosa sarà compito dei vigili del fuoco dopo che spegneranno le fiamme, chi è sul posto però ha fatto riferimento all’esistenza di diversi focolai e quindi questo fa pensare al dolo. Il fuoco ha bruciato molti ettari, distrutto alberi di ulivo secolari. Danni ingenti. Si diceva fuochi che si sono sviluppati in giornata particolare. Non tanto per lo scirocco quanto invece per un appuntamento che era previsto al Comune di Partanna questa mattina. Doveva essere sottoscritta la convenzione tra l’amministrazione comunale e l’associazione Libera a proposito della preparazione del bando che dovrà portare a lavorare su queste terre alcune cooperative giovanili.

Guarda caso mentre si pianifica la ripresa produttiva di questi terreni, arrivano gli incendi. Ma c’è anche un altro fatto particolare che porta a “pensar male”, e cioè che l’area nella quale dovranno lavorare le cooperative che saranno selezionate attraverso uno specifico bando è stata denominata “le terre di Rita Atria”, dedicate alla ragazza che 20 anni addietro appena maggiorenne decise di togliersi la vita dopo l’ennesima strage di mafia che l’aveva privata dell’uomo che aveva riempito la sua vita come se fosse un nuovo genitore, Paolo Borsellino. Nelle “terre di Rita Atria” oggi c’è stato il fuoco che ha fatto grande danno.

Rino Giacalone
per LiberaInformazione

L’incendio appiccato sui terreni confiscati alla mafia non vanno rubricati come “ragazzate”, ma vanno considerati espressione di una subcultura che determina comportamenti che possano essere approvati dai boss, che, ovviamente, non si occupano di quisquilie, ma gradiscono, se non incoraggiano, gesti e azioni dimostrativi della loro presenza e potenza sul territorio.

L’azione meritevole portata avanti da “LIBERA” non viene, purtroppo, suffragata dal sostegno della maggioranza che preferisce restare silenziosa. Anche i recenti episodi delle dichiarazioni del Sindaco di Trapani sull’inopportunità di parlare di mafia a scuola e dell’attacco spudorato di Miccichè a Maria Falcone, accusata di speculare sulla morte del fratello Giovanni, la dicono lunga sul tentativo d’instaurare un clima diverso in Sicilia.

Francesco Fiordaliso