razzismo trapaniTrapani: esempio di razzismo, intolleranza, disorganizzazione o cos’altro? A leggere la proposta di Andrea Vassallo, consigliere comunale di Trapani e a capo della sesta commissione consiliare del Consiglio comunale di questa città – proposta volta a istituire un mezzo di trasporto pubblico locale solo per gli “ospiti” del centro accoglienza di Salinagrande – sembrerebbe proprio di sì, un vero e proprio gesto razziale.

Discussa in commissione e sottoposta al presidente dell’Atm (Azienda dei trasporti locale) Roberto Saluto, nei giorni scorsi l’idea promossa da Vassallo è stata accantonata per via della carenza di mezzi di trasporto a disposizione. Almeno così ci fanno sapere dai corridoi di Palazzo D’Ali, sede del Municipio di Trapani. Dalla stessa Prefettura trapanese sminuiscono l’enfasi data alla vicenda da diverse testate giornalistiche, sostenendo che nessun comportamento razziale è stato posto in essere volontariamente o meno. Trapani e i suoi abitanti non sono – e non possono passare – per razzisti. 

Il fatto in sé non richiama visioni del passato ma, semmai, un goffo tentativo di trovare soluzione a un reale problema del territorio che affonda le radici, con ogni probabilità, nel passato. Vediamo di ricostruire alcuni passaggi della storia intorno al Centro accoglienza di Salinagrande, frazione a circa sei chilometri di Trapani.

I Cara (Centri di accoglienza per i rifugiati che richiedono asilo) sono strutture autorizzate dal Ministero degli Interni in applicazione del Decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 di attuazione della direttiva 2005/85/CE sulle procedure di riconoscimento e revoca dello status di rifugiato, e del Decreto del Presidente della Repubblica 16 settembre 2004, n. 303 di disciplina dello status di rifugiato. Il rifugiato viene inviato e ospitato per un periodo variabile di 20 o 35 giorni nel Centro accoglienza. Lo straniero richiedente asilo, che sia privo di documenti di riconoscimento o che si sia sottratto al controllo di frontiera, viene sottoposto a identificazione e ne viene avviata la procedura di riconoscimento dello status di rifugiato.

Attualmente il Centro ha una capienza massima di 310 posti. Per raggiungere Trapani gli ospiti possono usufruire del trasporto pubblico locale e, da qualche tempo, a seguito di alcuni episodi di tensione con la comunità trapanese, l’ente gestore ha organizzato un servizio privato di trasporto che effettua due corse al giorno.

Il Cara di Salinagrande ospita uomini, donne, minori e nuclei famigliari. Le nazionalità prevalenti dei richiedenti protezione internazionale sono: Eritrea, Somalia, Sri Lanka, Nigeria, Etiopia e Sudan. Si tratta di in un Centro aperto, senza presidi delle forze dell’ordine all’ingresso, in una costruzione, di proprietà della Provincia, realizzata circa 15 anni fa come luogo per madri sole con i loro figli, ma mai attivata a questo scopo. Un complesso in muratura composto da 4 palazzine, intitolate a Giorgio La Pira, Nelson Mandela, Martin Luther King e Gandhi, senza negozi e strutture di svago intorno.

In queste palazzine si trovano i servizi attivi nel Centro: Uffici amministrativi, infermeria, Commissione territoriale, Ufficio immigrazione, sala d’attesa, alloggi, aula e laboratori, servizio psico-sociale, mensa, sala ricreativa, ludoteca, nursery.

All’interno vi operano circa 85 persone con mansioni differenziate come orientamento legale, assistenza sociale, assistenza sanitaria e psicologica. Qualcuno si è chiesto se il clima di tensione non sia la conseguenza di malesseri provenienti da lontano. È possibile che qualcosa non funzioni per il verso giusto nel Centro accoglienza richiedenti asilo?

Già nel novembre 2011 una delegazione della “Commissione libertà civili, giustizia e affari interni” del Parlamento europeo, in Sicilia per analizzare lo stato della politica migratoria italiana, denunciò uno scenario quasi apocalittico. Bagni fatiscenti e senza porte, letti che somigliavano più che altro a giacigli improvvisati, nessuna coperta e lenzuola logore, cure mediche scarse, riscaldamento inesistente e docce che gettavano soltanto acqua gelida.

Costretti a vivere in queste condizioni umilianti, centinaia di cittadini in fuga dalla propria terra e in attesa dello status di rifugiato politico possono sentirsi non perfettamente integrati e magari reagire con atteggiamenti consequenziali al rifiuto. Attesa, quella dei rifugiati, che spesso può durare anche anni.

 Il fattoquotidiano.it del 27 novembre 2011 sull’argomento aveva raccolto la dichiarazione dell’europarlamentare Rosario Crocetta: “Sono stato a Lampedusa, ma lì la situazione era molto migliore. Almeno i bagni avevano le porte. Qui invece 250 persone vivono in condizioni inumane. Senza coperte, con lenzuola sporchissime. Non avevano neanche indumenti degni di questo nome. Abbiamo chiesto perché gli ospiti non fossero vestiti con capi decenti e ci hanno risposto che il Centro ha fornito le tute da ginnastica, ma era una bugia. Ho visto soltanto uno degli ospiti con quella tuta, molti erano vestiti con stracci. Un vero e proprio abisso infernale, un lager”.

Oggi sospettiamo che le cose dentro il Centro non siano migliorate e le continue tensioni siano legate non all’insensibilità della popolazione di Salinagrande, che ci risulta essere partecipativa e vicina ai piccoli ed alle madri ospitate, ma alla disorganizzazione interna al Cara, alla distanza dal centro di Trapani dove poter socializzare. La vicenda del bus cittadino appare, rispetto a problemi di siffatta portata, ben poca cosa. Alla fine, seppur in maniera goffa e sempliciotta, voleva essere un modo per offrire un servizio gratuito e specifico agli immigrati per accorciare le distanze. Invece ci chiediamo -dopo oltre 14 mesi – cosa sia cambiato dalla visita ispettiva della delegazione di 30 europarlamentari guidati dalla svedese Cecilia Wikstrom, accompagnata tra gli altri dall’attuale presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta?

È pensabile un cambio di rotta che abbandoni i fallimenti del passato per realizzare un serio processo di integrazione? Auspichiamo un segnale da Crocetta su una questione che ha già affrontato da europarlamentare. Non è inaccettabile che mentre città come Mazara del Vallo simboleggino una perfetta integrazione socio-culturale col mondo arabo, a distanza di cinquanta chilometri permangano distanze siderali tra due mondi abituati al dialogo?