Fu nei primi anni 90 tra i primi pentiti della mafia trapanese dopo decenni passati tra omertà e silenzi. Doveva deporre da testimone nel processo per il delitto di Mauro Rostagno (in foto), ma al momento di chiamarlo sul pretorio, udienza di oggi, 11 gennaio 2012, si è scoperto che lui è morto in solitudine e abbandonato da tutti addirittura nel 2008, nella sua città, Campobello di Mazara, provincia di Trapani, nel territorio della Valle del Belìce. Rosario Spatola è morto a 59 anni, ne dimostrava molti di più, anche per via delle vicissitudini e dei malaffari commessi. Si occupava di traffici di droga, lui stesso fece uso di cocaina. Quando si pentì davanti all’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, delineò, fornendo riscontri, le rotte dei traffici di droga, la rete dello spaccio in provinciale, i luoghi dove la droga veniva raffinata sotto l’occhio vigile delle famiglie mafiose. I processi con queste sue rivelazioni non ebbero difficoltà a concludersi con verdetti di condanna per gli imputati alla sbarra. Lui era compare di uno dei più grossi narcotraficcanti del Belice, un avvocato, Totò Messina. Lui dice che frequentava i capi mafia, e che era un uomo d’onore.

Alzò il tiro, dopo la morte di Borsellino, cominciò a parlare di politici, fu teste d’accusa nel processo contro l’ex numero due del Sisde Bruno Contrada, indicò l’ex deputato regionale della Dc, l’andreottiano Pino Giammarinaro, suo conterraneo, di Salemi, di essere stato uno dei politici a disposizione di Cosa nostra. Nel frattempo il pentimento di uomini di onore di ben altro rango lo fece mettere in ombra. I grossi pentiti che erano stati grossi mafiosi dissero che però niente sapevano di Rosario Spatola come uomo d’onore, e così se controverso c’era anche per il modo con il quale spesso si esprimeva, e si presentava agli interlocutori, nelle aule di giustizia, lo divenne controverso ancora di più perché forse dentro Cosa nostra non c’era mai stato davvero. E se per i difensori degli imputati, anche da lui accusati, lui diventava inattendibile, e anche se qualche sentenza lo ha dichiarato inattendibile, per gli investigatori lui, Rosario Spatola, come Giacoma Filippello, suo conterranea campobellese, moglie del defunto capo mafia Natale L’Ala, e ancora come il castelvetranese Vincenzo Calcara, per gli investigatori più acuti della provincia di Trapani restavano i soggetti che avevano spezzato il muro che proteggeva i segreti della mafia trapanese. Niente affatto soggetti inutili alle indagini.

Nelle indagini per il delitto di Mauro Rostagno, Rosario Spatola, alcune cose le aveva dette. Prima che arrivassero i grandi pentiti, alcuni dei quali già sentiti nel processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, cominciato il 2 febbraio dello scorso anno, imputati due conclamati mafiosi ergastolani, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, che hanno detto del fastidio che covava contro Rostagno da parte dei boss di Cosa nostra trapanese, il 6 marzo del 1992 davanti all’allora dirigente della Mobile, Malafarina, sentito nelle indagini per il delitto Rostagno, Spatola aveva detto che del sociologo e giornalista, ammazzato il 26 settembre del 1988, ne aveva sempre sentito parlare come un grosso rompiscatole. Ma questo termine non era stato usato da un mafioso qualsiasi, ma dall’avv. Totò Messina allora uno dei più grossi esponenti della cosca campobellese. Ma c’è di più: le confidenze fatte a lui da Messina gli avevano permesso di avere certezza del fatto che c’era chi dall’interno della comunità Saman, la comunità di recupero fondata da Rostagno, assieme a Cicci Cardella e a Chicca Roveri, informava chi stava fuori di ciò che faceva Rostagno. Il soggetto era Giuseppe Cammisa, detto Jpiter, di Campobello anche lui, anche lui inoltre a disposizione di Messina per il traffico di droga. Cammisa, raccontò Spatola, sebbene disintossicato continuò con lo stare in comunità. Spatola sentito poi il 25 marzo 1995 dai magistrati Palmeri e Rovida, della Procura di Trapani, ebbe a dire che Cammisa era un esperto conoscitore del procedimento di raffinazione dell’eroina e che in un caso era stato usato per pedinare un maresciallo dei carabinieri che l’organizzazione mafiosa voleva “uccidere”: “Ho il sospetto – disse in quella occasione – che di fatto per incarico di Messina pedinava e controllava Rostagno”. Era il periodo in cui Mauro Rostagno dagli shcermi di Rtc, la tv dove lavorava, faceva giornalmente il triste resoconto sui morti per droga.

Rosario Spatola è morto ma lo si è saputo solo anni dopo, qualche notizia, per la verità, era comparsa sulle pagine di alcuni giornali locali, ma quando oramai lui era caduto in disgrazia. Fu coinvolto in una indagine su pentiti che avevano concordato dichiarazioni prima di essere sentiti in alcuni processi, addirittura si vociferò che lui, sotto programma di protezione, chiedeva soldi per rendere dichiarazioni di comodo, di fatto si trovò fuori dal programma di protezione, con il carcere da scontare, seguito dal suo solo difensore l’avv. Silvio Forti che era in aula ad attenderlo per assisterlo e al pari dei pm si è sorpreso, incredulo, a sapere che il suo assistito era morto e nemmeno da poco, dal 2008. Senza più protezione, dimenticato da magistrati e giudici, si ritirò nella sua Campobello di Mazara dove nel frattempo, va detto, imperversava la moda dell’antimafia dichiarata di continuo e della quale era primo testimone il sindaco Ciro Caravà, adesso finito in carcere perché la sua era una antimafia recitata e nel frattempo si sarebbe preoccupato di aiutare i mafiosi. Spatola ha vissuto ancora pochi anni da inosservato, sconosciuto. Solo ieri la sua “fama” di primo pentito trapanese si è rifatta avanti quando però oramai lui non c’era più, e non si è fatto vedere come si faceva vedere all’inizio delle sue comparse, ben vestito, elegante, tra le mani la sigaretta, come Paolo Borsellino che non abbandonava mai il vizio del fumo.

Rino Giacalone
per www.malitalia.it