Un’esperienza che le ha lasciato «un profondo senso di amarezza», occasione per porsi una domanda: «in un momento di sofferenza, paura e incertezza, è davvero troppo chiedere ai professionisti della salute anche una parola rispettosa e un atteggiamento umano?». È quello che scrive in una lettera inviata ai giornali l’avvocato Giovanna D’Angelo, che ha accompagnato il padre, persona fragile e affetta da numerose patologie, durante un periodo di ricovero presso l’ospedale di Castelvetrano, prima della morte. «Non cercavo privilegi ma semplicemente ricevere informazioni sullo stato di salute di mio padre e comprendere ciò che stava accadendo». Già al pronto soccorso, scrive l’avvocato, il primo impatto: «mi sarebbe stato detto, dal medico di turno, che avrei potuto mettermi il pigiama e dormire tutta la notte in astanteria e che mio padre aveva il cuore, i reni e il fegato macinati». Parole che l’avvocato D’Angelo definisce «dure e prive di quella sensibilità che una situazione del genere avrebbe richiesto».

Situazione che, sempre nella testimonianza dell’avvocato, non è migliorata col ricovero del padre in Medicina. «Il giorno prima della morte di mio padre, egli appariva irrequieto e manifestava una condizione di malessere che mi preoccupava. Ho chiamato il medico di turno per chiedere attenzione e chiarimenti, ma subito mi è stato risposto che, se non avevo fiducia nell’équipe, avrei potuto firmare e portare via mio padre. Mi è stato inoltre detto che non avrei dovuto lamentarmi, perché mio padre era entrato “mezzo morto” e, dopo quindici giorni di ricovero in Medicina, era ancora vivo». Nessuna accusa indiscriminata, puntualizza l’avvocato: «so che il personale sanitario opera spesso in condizioni difficili e che la malattia e la morte fanno parte, loro malgrado, della quotidianità ospedaliera. Proprio per questo, però, ritengo che le parole abbiano un peso ancora maggiore. Quando una famiglia è sottoposta alla paura di perdere una persona cara, il modo in cui vengono comunicate le informazioni può incidere profondamente sulla sua dignità, sulla sua capacità di comprendere e sulla fiducia riposta nell’équipe».

La dignità, dunque, non è un elemento secondario della cura: «un paziente fragile non è soltanto un insieme di patologie da trattare. È una persona. E intorno a lui vi sono familiari che vivono la malattia, l’attesa e il lutto in una condizione di estrema vulnerabilità». Il rapporto coi familiari «non dovrebbe essere considerato un intralcio, soprattutto quando essi chiedono informazioni, segnalano un cambiamento o cercano di richiamare l’attenzione su un possibile malessere». L’avvocato che ha vissuto l’esperienza dell’ospedale col padre, chiede «attenzione, ascolto e una riflessione sul linguaggio e sui comportamenti adottati nei confronti dei pazienti e dei loro cari. A chi lavora in ospedale viene affidata la vita umana, ma anche la dignità delle persone e delle famiglie nei momenti più delicati della loro esistenza. È una responsabilità enorme, che non può essere separata dall’umanità», conclude il legale.

AUTORE.