Il rapporto tra l’intellettuale e il regime nel prezioso contributo della storica Alessandra Tarquini
L’ala intransigente gli imputava il passato liberale, i «rampanti» lo giudicavano superato, la Chiesa mise all’indice i suoi libri

L’arcano maleficio per il quale è molto difficile che grandi personaggi possano vantare una prole alla loro altezza vede il proprio influsso amplificarsi a dismisura nel mondo accademico, dove tanto più prestigioso è il nome del cattedratico, tanto più facile è imbattersi in allievi-eredi fatalmente ridotti ad insipide brutte copie del loro maestro.

Rare e preziose, esistono naturalmente delle eccezioni che oltre a confermare la regola, come da proverbio, possono anche riservare piacevoli sorprese. È il caso ad esempio di Alessandra Tarquini, storica, formatasi alla scuola di due tra i massimi studiosi del Novecento italiano, Renzo De Felice ed Emilio Gentile.

La Tarquini, reduce dalla pubblicazione in veste di curatrice dei carteggi Croce-Tilgher e Gentile-Prezzolini, ha recentemente dato alle stampe un interessantissimo ed erudito saggio sul rapporto tra il filosofo Giovanni Gentile e il fascismo (Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista, il Mulino, pp. 381, euro 29).

Giovanni Gentile (a destra con il pizzetto bianco) presenta a Mussolini l’Enciclopedia Italiana

Arricchito da una scrittura particolarmente fluida che agevola non poco i passaggi concettualmente più ostici, il volume scandaglia con grande abilità e ricchezza di fonti uno tra gli aspetti meno conosciuti del Ventennio ricostruendo le violente polemiche scatenatesi intorno alla figura di Gentile nel suo ruolo di nume culturale dell’Italia littoria e tratteggiando assai efficacemente il profilo dei politici e degli intellettuali in camicia nera che misero in discussione quello che è passato alla storia come “il” filosofo del regime, dibattendo circa il valore e l’ortodossia del suo operato.

Pensatore di straordinario rilievo, erede e propugnatore della filosofia idealista, ministro della Pubblica istruzione (altri tempi!) artefice di una celeberrima riforma scolastica, padre dell’Enciclopedia Italiana, Gentile nei ventidue anni della sua militanza fascista dovette fare i conti con una schiera di nemici sempre più agguerriti e numerosi mano a mano che il regime andava assumendo un profilo totalitario.

L’ala intransigente del partito accusava il filosofo di non aver mai rinnegato il suo passato di liberale, gli rinfacciava di aver invitato a collaborare all’Enciclopedia studiosi dichiaratamente avversi al regime, rifiutava l’idea che il fascismo dovesse aver bisogno di intellettuali o di una qualsivoglia dottrina sostenendo al contrario che l’unica priorità fosse proseguire il cammino rivoluzionario per la costruzione di una nuova società.

Mussolini e Bottai che in una prima fase avevano appoggiato senza riserve Gentile, sul volgere degli anni Venti se ne allontanarono progressivamente imputando alla sua riforma un presunto ritardo nella fascistizzazione della scuola.
La giovane generazione salita alla ribalta negli anni Trenta ripudiava Gentile considerandolo il prodotto di un’epoca superata e sostenendo che con l’avvento del fascismo, azione allo stato puro, la prassi politica aveva definitivamente sostituito la teoria.
Gli ideologi del fascismo come Orestano, Del Vecchio, Evola, Costamagna, Spirito, pur muovendo da posizioni lontanissime, concordavano nel ritenere che la filosofia di Gentile non potesse rappresentare il riferimento teorico del regime e che l’idealismo avesse ormai definitivamente perso la sua egemonia tra gli intellettuali italiani.


Ma un contributo fondamentale al fronte antigentiliano venne anche da tutti quei cattolici, e furono la stragrande maggioranza, che dopo il Concordato lavorarono per una santa alleanza tra Chiesa e fascismo contro la civiltà moderna, laica, liberale ed illuminista, rinnovando gli attacchi all’idealismo (l’opera omnia dei suoi massimi esponenti italiani, Croce e Gentile, figurava nell’indice dei libri proibiti) tacciato di essere una dottrina pagana nella quale lo Stato diveniva Chiesa e la filosofia si sostituiva alla religione.

In realtà, come sottolinea la Tarquini, nonostante il pesante fuoco amico subito dall’interno del regime, Gentile fu e si considerò sempre un fascista a tutti gli effetti, rivendicando la paternità ideologica del movimento, vedendo nell’Italia di Mussolini il compimento del percorso unitario intrapreso con il Risorgimento e auspicando che il partito dismettesse la sua anima faziosa per confluire nella società e rigenerarla nel nome di una nuova e condivisa religione della patria.
A chi dubitava della sua ortodossia il filosofo aveva già risposto con i fatti restando tra i fedelissimi del duce nel pieno della crisi seguita al delitto Matteotti, quando in molti avevano gettato la tessera alle ortiche.

Ma forse, a ben vedere, anche l’ultimo atto ovvero la scelta di seguire Mussolini nel truce crepuscolo di Salò accettando la presidenza dell’Accademia d’Italia e dichiarando apertamente la propria adesione al fascio repubblicano e al governo collaborazionista, può essere collocato nella medesima prospettiva di un’esasperata professione di fede littoria ispirata dall’ennesimo, estremo tentativo di smentire i suoi detrattori. Quella scelta Gentile la pagò con la vita cadendo sotto i colpi di un commando partigiano, a Firenze, il 15 aprile 1944. Finita la guerra invece, molti di quelli che per un ventennio avevano attaccato il filosofo dichiarandosi molto più fascisti di lui, uscirono indenni dai tribunali incaricati dell’epurazione millantando un fantomatico antifascismo e avvalorando tale menzogna nientemeno che con il loro antigentilianesimo.
Niente di nuovo, dunque, sotto l’italico sole del trasformismo opportunista e del funambolico voltar gabbana.

Stefano Biguzzi
per larena.it