“Ho incontrato il capitano Giuseppe de Donno subito dopo l’omicidio del dottor Giovanni Falcone sul volo Palermo-Roma. E durante questo volo lui mi chiese se mio padre avesse avuto mai intenzione di farsi una chiacchierata con lui. Il primo contatto tra me e De Donno, lui mi dice ‘ma secondo me tuo papa’ mi riceverà; sarebbe disposto a ricevere me e casomai qualche altro per farsi una chiacchierata?’, io ho detto ‘guarda, lo conosce bene perche’ lo conosceva bene il personaggio, non e’ che e’ uno; mio papa’ e’ uno dei piu’ simpatici o piu’ loquace e ho detto ‘guarda Giuseppe, non ti prometto niente, che gia’ ci davamo del tu, non ti prometto niente, io cerco di far leva su mio padre affinche’ possa avere un incontro con te e con chi dici te; non mi aveva; ancora in quel momento non mi aveva completamente nominato il suo superiore diretto, il Colonnello Mori“.

Cosi’, Massimo Ciancimino, come racconta nel verbale avrebbe contattato il padre, Vito Ciancimino, e “mio papa’ – dice – disse di chiamarlo, mi disse ‘vabbe’ chiamalo e chiedi al Capitano De Donno quale dovrebbe essere l’argomento della discussione’. Io chiamai il capitano De Donno e mi ricordo che in quell’occasione lo incontrai a Palermo, ci incontrammo di fuori della Caserma e mi disse che mi avrebbe ricontattato il pomeriggio dell’indomani per dirmi bene o male quale sarebbe stato l’argomento”.

E prosegue: “L’indomani mi disse che l’argomento sarebbe stata la cattura, la resa dei superlatitanti e che visto che Palermo era in questo stato, se lui poteva rendersi disponibile a questo tipo di incontro. Son partito, ho riferito il tutto al mio papa’, e il mio papa’ mi disse allora che aveva bisogno pure lui di qualche giorno di risposta. Ricordo che siamo venuti a Palermo, ho accompagnato mio padre a Palermo, dopodiche’ mentre mio padre era a Palermo ho ricontattato il Capitano De Donno, ho detto che mio padre era disponibile a un incontro, poi mi ha chiamato. Lui mi ha detto ‘no, non ti preoccupare che sicuramente se tuo padre ci aiuta in qualche cosa, cercheremo, e’ normale di aiutarlo, di vedere di fare in modo che insomma qualche beneficio ne tragga; senza dire ne’ niente, ne’ come, ne’ dove’. Massimo Ciancimino prene il primo appuntamento con de Donno.

“Dove?”, chiede il magistrato che lo interroga.

E prosegue il suo racconto ai pm: “Cosi’ convinco mio padre a ricevere due carabinieri finalizzati, come avete detto voi, alla cattura di superlatitanti, non e’ una bellissima occasione! Mi ricordo che in quell’occasione mi dissero di stare un po’ prudente, di non andare a Palermo e qualora io fossi andato a Palermo, di non fare la prenotazione a nome mio e ne’ di comunicare al telefono che stessi andando a Palermo, in senso, vacci, senza dire sto venendo, non sto venendo. Mi dissero di usare questo minimo di cautela. Siamo nella seconda meta’ di giugno, forse i primi di luglio, mi ricordo che faceva un caldo, ma un caldo e ho detto al capitano; mi ricordo proprio il Colonnello Mori con una Lacoste rossa, diciamo mi ricordo; In merito al colonnello Mori, dice: e’ una persona molto intelligente e spero di potere andare avanti nella; Io ovviamente cercavo di fare domande per cercare di capire: ma riusciamo ad avere vantaggi? Cioe’ il mio fine era quello, scusate se ero; E mio padre mi disse sempre di stare calmo, queste cose dovevano essere lente, io cercavo di, ormai di vedere qualche bagliore di luce sulle, sulle vicende familiari”.

Poi, Massimo Ciancimino racconta ai magistrati di una visita che aspettava il padre Vito: “Ricordo che mio papa’ mi disse di non muovermi di casa tanto per cambiare perche’ sarebbe dovuta venire una persona che lui aspettava e lui si metteva a riposare, quando sarebbe venuta questa persona l’avrei dovuto chiamare. E’ venuta questa persona molto… molto per bene, molto distinta, che ho gia’ detto ai vostri colleghi di Caltanissetta, non identifica la persona del Cina’ perche’ l’ho visto piu’ volte, ho accompagnato mio padre e dopo ho riconosciuto anche nelle fotografie, nei giornali e parlo’ con mio padre”. Secondo il verabalizzante questa persona gli avrebbe consegnato un foglio con : “Mi ricordo che il mio papa’ leggendo questo foglio di carta, perche’ era un foglio, proprio pronuncio’ la frase, mi scuso per; ‘sono i soliti; il solito testa di minchia‘ proprio disse lui; scusate ovviamente per i presenti, pronuncio’ questa frase, ripiego’ sto foglio e lo mise in tasca. No, fu cosi’, vago, ‘siamo alle solite, sono le solite testa di minchia’.

“Mio padre ovviamente mi ha sempre raccontato che il suo rapporto all’interno dell’organizzazione Cosa Nostra era… faceva parte della sua cultura, nel senso era, ed era soltanto con il personaggio Provenzano, suo vicino di casa a cui dava lezioni di matematica e che aveva sempre osteggiato un po’ quella che era l’anima nera di; che lui chiamava l’anima nera di Cosa Nostra”. “Diciamo, il gruppo quello un po’ piu’ violento – ha raccontato Ciancimino junior ai magistrati nell’aprile 2008 – il fatto che lui facesse ogni tanto; lui poi a me sempre raccontava: ‘gli ho dato sempre consigli di carattere personale a Provenzano, poi ovviamente non e’ che poi raccontava tutto a me”.


Esponenti dei Servizi Segreti fecero pressioni sull’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino perché, qualora alla mafia fosse stato chiesto di intercedere per la liberazione dell’onorevole Aldo Moro, lui convincesse il boss Bernardo Provenzano a non intervenire. E’ una delle rivelazioni contenute nei verbali di interrogatorio di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, depositate agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, ex vicecomandante del Ros accusato di favoreggiamento alla mafia. Interrogato dai pm della dda di Palermo il 21 giugno del 2008, Ciancimino racconta dei rapporti tra il padre ed esponenti dei Servizi. “I rapporti con i Servizi – spiega il teste – mio padre li ha sempre avuti”. E prosegue: “I Servizi hanno avuto un ruolo sempre chiave, specialmente dopo il sequestro Moro. La prima volta che si è parlato di Servizi, realmente, all’interno di Cosa Nostra, avvenne nel sequestro di Aldo Moro. Perché, una volta sempre in occasione di appunti che prendevo per la stesura di questo mio ipotetico libro, mio padre mi disse che era stato pregato per ben due volte, di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Bernardo Provenzano perché si attivassero per potere interferire, per quantomeno aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Moro”. Poi spiega meglio: “Mio padre diceva che tali richieste potevano pervenire al suo paesano Riina da altri gruppi o esponenti politici, se ciò fosse avvenuto, mio padre doveva convincere il Provenzano a non immischiarsi in questo affare”. Ad ulteriore chiarimento il pm domanda: “Dunque per ben due volte sarebbe stato chiesto a suo padre di intervenire su Provenzano a impedire o ad evitare che vi fossero interventi di Cosa Nostra per liberare Aldo Moro, giusto?”. “Perfetto”, risponde Massimo Ciancimino.

I Servizi Segreti avrebbero chiesto l’aiuto dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino dopo la strage del DC9 dell’Itavia inabissatosi a largo di Ustica nel 1980. E’ una delle rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito contenute nei verbali di interrogatorio resi ai pm della Dda di palermo e depositati, oggi, agli atti del processo per favoreggiamento aggravato alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori. “Un momento in cui ci fu un grande movimento dei Servizi Segreti con mio padre – racconta Massimo Ciancimino – fu nel 1980. Non mi posso scordare: 19 giugno 1980. Mi ricordo che proprio quella sera ci fu la strage di Ustica”. “Mio padre – spiega – fu chiamato subito e si incontrò uno o due giorni dopo col ministro Ruffini. Mi disse che era successo un casino e che doveva vedere, fece andare a chiamare l’onorevole Lima, fece andare a chiamare altre situazioni, altri personaggi, e quando ho chiesto a mio padre realmente cosa fosse successo, mi raccontò che già allora, il primo momento, si seppe della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il DC9 e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse per niente”. “E qualora ci fosse stato bisogno di interventi di qualsiasi tipo – conclude – loro dovevano poter contare su mio padre”. “Loro chi?”, chiede il pm al teste. “I Servizi”, risponde Ciancimino.

Il senatore del Pdl Marcello dell’Utri, già dal ’93, avrebbe sostituito l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nella conduzione della cosiddetta “trattativa” tra lo Stato e la mafia. Il particolare emerge dagli interrogatori del figlio di don Vito, Massimo Ciancimino, depositati dai pm della dda del capoluogo siciliano agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Interrogato dai magistrati palermitani il 9 luglio del 2008, Massimo Ciancimino, parla della cattura del boss Totò Riina e racconta che suo padre, in qualche modo cavalcando il malcontento del boss Bernardo Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, l’aveva convinto a “consegnare” il latitante. Da Provenzano, Vito Ciancimino aveva saputo dove si trovava il covo di Riina. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. Ma nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. “Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti”. Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: “tant’é – prosegue – che lui (don Vito n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre”.

L’omicidio dell’ex presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, assassinato a Palermo il 6 gennaio del 1980, sarebbe stato uno “scambio di favori”. Lo rivela Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, in uno degli interrogatori resi alla dda del capoluogo siciliano depositati agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori. “Mio padre – racconta il teste – mi raccontò che aveva parlato con un poliziotto, forse con Purpi, gli aveva raccontato che secondo lui c’era la mano anche dei Servizi nell’omicidio Mattarella”. “Mi disse, inoltre – prosegue – che aveva avuto rapporti coi Servizi e aveva avuto anche incontri perché voleva spiegazioni visto l’anomalia, mio padre diceva, dell’esecuzione dell’onorevole Mattarella. L’anomalia, che si erano serviti di manovalanza romana legata non so ai brigatisti rossi, neri, non mi ricordo che colore” “E’ stato uno scambio di favori – spiega – sull’omicidio Mattarella”. Tesi che a Ciancimino sarebbe stata ribadita dal boss Bernardo Provenzano. “Mio padre mi disse: – conclude – non ho voluto approfondire perché i favori di ‘sta gente a volte dice, sono disastrosi e deleteri”.

Anche Vito Ciancimino avrebbe fatto parte di Gladio. Lo sostiene il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, in uno dei verbali depositati oggi agli atti del processo al generale Mario Mori e al generale Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia. Rispondendo alle domande del pm, Ciancimino Jr sostiene che il padre gli confidò di far parte di Gladio, e aggiunge: “Mi disse che per l’origine c’era anche il discorso di suo papà, perché mio nonno Giovanni era stato assoldato all’epoca dello sbarco come interprete, perché era uno dei poche corleonesi che sapeva l’inglese”. Il figlio di Don Vito puntualizza poi che il padre avrebbe costituito le prime società di import export “insieme a un colonnello americano” e sottolinea che l’ex sindaco avrebbe partecipato “a diversi incontri” organizzati dalla struttura militare segreta.

Una delle preoccupazioni maggiori dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia e morto nel 2002, come racconta il figlio Massimo in un verbale di interrogatorio, “era quella che da anni Toto’ Riina si vantava e siccome mio padre oltre a definirlo pericoloso, lo definiva pure inattendibile e megalomane, si vantava (Riina, ndr) che se avessero arrestato lui e preso la sua documentazione, crollava l’Italia”.

Nel verbale, depositato oggi dalla Procura di Palermo agli atti del processo Mori, Massimo Ciancimino spiega: “mio padre non lo faceva piu’ di tanto credibile a Riina. Diceva: siccome e’ pericoloso ed e’ pure un millantatore, e’ capace che si scrive le cose da solo, per cui una delle cose che deve essere chiara e’: nessuno deve venire in possesso di questo materiale”.

(ANSA)