palio del giglioSolo per amore di verità e rispetto per l’autentica indagine storica, e senza alcuna venatura polemica, desideriamo precisare quanto segue in merito a quanto riportato su un volantino diffuso in occasione di una recente manifestazione in costume, tenutasi a Castelvetrano:

1. In riferimento alla statua della Madonna del Giglio, il testo, ancorché pedissequamente trascritto, senza alcuna citazione, da un vecchio lavoro di Francesco Saverio Calcara (La Chiesa Madre di Castelvetrano. Guida storico artistica al monumento, Lions Club Castelvetrano, 1994, pp. 23-24, ripreso nel I vol. della Città Palmosa di A. Giardina, F. S. Calcara et alii, Officina di Studi Medievali, Palermo 2010, p. 116) oggi è, in parte, non più attuale. Infatti, un saggio del 2010 di Angelo Pettineo, citando un atto di notar Cusimano Guagliardo di Palermo, rogato il 12 febbraio 1569 (Archivio di Statodi Palermo, vol. 4256, cart. 718), ha messo in luce l’autore della bella statua marmorea, collocata nell’altare dell’abside di sinistra. Trattasi dello scultore palermitano Baldassare Massa che in quest’opera raggiunge l’apice della sua maturità artistica, sintetizzando la lezione del classicismo di impronta gaginesca con la ricercata “simpatia” che l’espressione accattivante della Vergine riesce ad istaurare coi fedeli. L’opera fu commissionata al Massa, per un compenso di 30 onze, da Francesco Giglio, notabile della città e patrono della cappella, il quale richiedeva che la Madonna fosse rappresentata “con lo figlio in brazza e con la minna discoverta, di altizza di palmi sei e larghezza a sua proporzioni di tutto rilevo ad uno pezzo e con suo scannello”, precisando che lo scultore avrebbe dovuto apporgli l’armi di famiglia e le scritte dettate dallo stesso committente.

2. Rispetto poi alle elucubrazioni parastoriche che il detto volantino contiene, si ritiene di dover fornire i dati che l’indagine archivistica e documentaristica ha sin qui fatto emergere sulla famiglia Giglio, così come risultano dalle lunghe e minuziose ricerche effettuate in preparazione del II volume della Città Palmosa di prossima pubblicazione.
Dalle riferite notizie deduciamo che la famiglia Giglio, probabilmente insediatasi in Castelvetrano alla fine del ‘400, era fermamente inserita nel tessuto economico e sociale della città, come dimostra la nutrita presenza dei suoi esponenti tra i firmatari dell’atto del civico consiglio del 1516 che aboliva la gabella del “maldenaro”, nonché l’essere Vincenzo Giglio fra i testimoni del testamento di Giovan Vincenzo Tagliavia (1538). L’apice della potenza familiare dovette essere raggiunto nella secondà metà del secolo, allorché Giovanni Andrea Giglio, attestato anche fra i maggiori allevatori del territorio, fu nelle condizioni di potere ingabellare l’intera baronia di Birribaida. Fra le proprietà della famiglia c’erano il feudo di Furone, sulle cui rendite i Giglio fondarono il beneficio della Grazia in Matrice, commissionando a Baldassare Massa la bella statua della Madonna che di certo rappresenta l’apice dell’artista palermitano; e, con ogni probabilità possedevano anche il sito su cui in seguito sorgerà la Vicaria nuova. Singolare la presenza di un esponente della famiglia, il sacerdote Vincenzo Giglio, nello stato di Milano, al tempo di S. Carlo Borromeo, avanti al quale, il 16 agosto 1578, fece l’oblazione di sua persona “ad sui offerentis beneplacitum”. E forse non a caso, in coincidenza con l’arrivo di don Carlo d’Aragona, nel 1583, a Milano, il nostro don Vincenzo divenne prefetto della Madonna del Monte, celebre santuario sopra Varese. Un ramo della famiglia risulta presente anche a Palermo, dove, nella chiesa di S. Caterina V. M., nella seconda cappella a destra, fu sepolto, nel 1630, in un bel sarcofago recante lo stemma di famiglia, in tutto simile a quello del basamento della statua marmorea della Madonna della Grazia nella nostra Matrice, un Vincenzo Giglio.
La cospicuità della famiglia, imparentata con gli stessi Tagliavia, è confermata dalla riqualificazione del tenimento di case di impianto quattrocentesco, avviata, nella prima metà del XVII secolo, da don Vito Giglio, che intendeva realizzare così un ragguardevole palazzo barocco, sicuramente più consono alla ricchezza e alla posizione conseguite. Tuttavia, le asimmetrie della costruzione e l’analisi degli alzati dimostrano che il progetto fu condotto in modo discontinuo e mai completato, forse a causa delle prime difficoltà economiche che la famiglia incontrava. Nondimeno, ancora ai primi del Settecento, il casato, che già aveva dato molti esponenti al clero locale, riuscì ad esprimere la sua influenza con l’elezione di don Francesco Giglio alla prestigiosa carica di arciprete. Dopo la morte di costui, avvenuta nel 1727, la famiglia Giglio scompare quasi del tutto dalle istituzioni castelvetranesi, se si eccettua, nel 1732, la presenza di un padre Antonio Giglio tra i frati del convento di S. Domenico. Da una lettera dell’arciprete Lombardo al vescovo di Mazara, in data 1768, si evince che non esisteva più in città alcuna persona della linea Giglio. È nell’arco di quegli anni, dunque, che il palazzo di famiglia dovette essere ceduto ai Quidera (detti anche Cuidera), facoltosa famiglia di origine spagnola, di cui abbiamo le prime notizie a partire dal 1682, anno in cui un don Leonardo Quidera è attestato mastro notaro dell’Università, carica che questi detenne per ben 54 anni, come egli stesso, ormai novantaquattrenne, dichiarava, il 14 gennaio del 1752. Il fatto che, nel 1682, un esponente di tale famiglia potesse ricoprire una sì prestigiosa carica fa pensare che i Quidera già da qualche tempo si fossero insediati in Castelvetrano, forse chiamati dai principi, che sicuramente ne avevano apprezzato le qualità giuridiche e amministrative. Ritroviamo ancora, nel 1735, nel 1749, nel 1774 e nel 1777 un Vincenzo Quidera, giurato e più volte giudice civile e criminale; nel 1742, un Leonardo Quidera, sindaco e, nel 1744, giurato; e, finalmente, riscontriamo un Antonio Quidera, giurato nel 1781. Le ultime notizie della permanenza della famiglia a Castelvetrano risalgono al 1830, data in cui don Leonardo Cuidera e Santonocito, dopo essersi diviso il palazzo con le sorelle Caterina e Rosalia, vendette le sue quote per trasferirsi in quel di Montevago, lasciando in Castelvetrano quattro figli che, tuttavia, vi rimasero per poco, senza occupare posti di rilievo. I Quidera poco intervennero nella fabbrica del palazzo, limitandosi forse alla costruzione dello scalone e di alcuni vani interni, nonché alla ordinaria manutenzione e alla realizzazione di alcuni tramezzi e solai.

3. In riferimento, ancora, all’origine della famiglia Tagliavia, giova ristabilire la verità di quanto storicamente accertato, rispetto ad arbitrarie letture che, seppur velate dall’aura della suggestione leggendaria, non possono mai scadere nelle palesi incongruità, come, ad esempio, quella di fantomatiche armate bizantine presenti alla battaglia di Montaperti.
Va detto dunque che quella dei Tagliavia era una casata che, secondo il Villabianca, sarebbe discesa da un Manfredi svevo (da non confondere col figlio di Federico II) che, assalito in battaglia da un numero esorbitante di nemici, “tagliò loro con celere marcia la strada” assalendoli alle spalle, acquistando il soprannome di Capitan Tagliavia; e così, da allora, si chiamarono i suoi discendenti che, secondo il Mugnos, passati in Lombardia sotto Enrico VI, dopo la sconfitta dei Comuni a Cortenuova, furono costretti dall’imperatore Federico II a trasferirsi a Palermo. Sostiene, invece, il Bresc che i Tagliavia sarebbero stati di origine meridionale, precisamente amalfitana, e per i nomi di battesimo – Nicolò, Bartolomeo, Matteo – che essi continuano a tramandarsi nelle generazioni, e perché l’ubicazione dei loro possedimenti urbani era nel quartiere amalfitano di Palermo, al Cassaro. Sia come si voglia, i Tagliavia sono attestati come prossimi alla casa svevo-aragonese; tra l’altro, un antenato di Bartolomeo dal lato materno, tal Matteo di Monteregale, risulta valletto imperiale di Federico II di Svevia. Nelle complesse vicissitudini che videro, alla morte del grande imperatore (13 dicembre 1250) e del suo immediato successore Corrado IV (20 maggio 1254), il tentativo della Chiesa di recuperare, anche contro le pretese di Manfredi, il controllo della Sicilia, troviamo operante in Palermo un Costanzo Tagliavia. Questi, in veste di sindaco apostolico, fu incaricato da fra’ Ruffino Gurgone da Piacenza – legato vicario generale per raccogliere il giuramento di fedeltà dei palermitani al Papa e tentare la costituzione in libero comune delle città siciliane – di ricevere nelle proprie mani i beni ingiustamente tolti da Federico II ai Francescani di Palermo e dati in godimento a un tal Ugo Inglisio. La familiarità di Costanzo con quei frati sarebbe ulteriormente confermata da una probabile relazione con fra’ Gandolfo da Binasco che, per sfuggire alla persecuzione imperiale contro il suo Ordine, sarebbe stato indotto proprio dal Tagliavia a rifugiarsi nei boschi di Castelvetrano, dove egli, ancor prima della infeudazione di quella terra alla sua famiglia (1299), avrebbe avuto dei possedimenti. Il Mugnos cita ancora Costanzo riportando un episodio del 1274, allorché questi fu chiamato a comporre un’altra grave lite fra l’arcivescovo di Palermo e i canonici della cattedrale contro il secreto delle regie dogane. Il Tagliavia è definito “providus vir… non solamente… nobilissimo, ma pur di gran confidenza appo i Reggi di quel tempo”.

Dal fatto che Costanzo appare, in queste vicende, come uomo di fiducia della Chiesa, possiamo cogliere la capacità di questa famiglia di adeguarsi alle mutate condizioni che le intense traversie dei tempi determinavano. E infatti, tra le file della burocrazia angioina, naturalmente legata al partito papale, nel 1280, troviamo attestato un Ricciardello Tagliavia, preposto alla sorveglianza di 50 salme di frumento nel porto di Palermo, e un Nicolò Tagliavia, “secreto” di Sicilia e Calabria, un ufficio della burocrazia angioina che presupponeva una certa disponibilità finanziaria. A Nicolò si affiancò ben presto il fratello Bartolomeo, che il Mugnos vuole figlio di quel Costanzo.

Troviamo, pertanto, la conferma di una famiglia che si poneva, in seno al ceto medio siciliano, tra nobiltà baronale e maestranza cittadina; la quale, accresciutasi con la mercatura, aveva cercato di migliorare ulteriormente la propria condizione nell’ambito dell’amministrazione angioina che, dopo il Vespro, sopravvive in parte con la nuova gestione aragonese. La fortuna dei Tagliavia dipende forse dalla tendenza degli aragonesi a nominare alla responsabilità degli uffici statali elementi anche non nobili, ma di agiate condizioni economiche, in grado di potere anticipare alla corona ingenti somme di denaro. In tale contesto, emerge dunque la figura di Bartolomeo che, arricchitosi col commercio dei grani e fatta esperienza presso gli uffici finanziari preposti alla sua esportazione, viene confermato nei medesimi ruoli da Pietro III d’Aragona, chiamato in Sicilia, come marito di Costanza, nipote del grande Federico II, quale continuatore della dinastia sveva. A tal Bartolomeo il re infeuderà, nel 1299, la baronia di Castelvetrano.

Autori. Giuseppe Libero Bonanno, Francesco Saverio Calcara, Aurelio Giardina, Enzo Napoli, Matteo Venezia