“Ho voluto in qualche modo interrogarmi su quale sia la giusta misura che dovrebbe muovere gli individui, in perenne conflitto interiore tra pulsioni spesso laceranti, soprattutto oggi, in un’epoca segnata da conflitti e prese di posizioni nette.” (Alfonso Fanella)
Alfonso Fanella, nato in Sicilia nel 1989, si trasferisce a Genova all’età di quindici anni, dove tuttora vive.
Si è laureato in Storia nel 2013, con una tesi sul conflitto serbo-croato degli anni Novanta e sul racconto che ne ha fatto il giornalismo italiano dell’epoca. Il suo primo romanzo, Storia di un fiume in piena, è stato pubblicato da De Ferrari Editore (Genova, 2024).
“Il fuoco che abbiamo sepolto” diventa un romanzo emblematico sulle difficoltà che ciascuno deve affrontare per definire la propria identità, in equilibrio tra contrasti, ferite e desideri mai del tutto sopiti.
-Dopo quindici anni di assenza, Alberto Gastaldi torna a Rambàgo, il suo paese natale sulle colline pisane. Lì, da ventenne, l’incontro, in una strana estate, con due personaggi inquietanti avrebbe segnato per sempre la sua vita.
Milan Juric è un ex combattente jugoslavo in fuga dai fantasmi della guerra in Bosnia Erzegovina, giunto in paese con il suo oscuro passato. Nella stessa estate arriva anche Elisa, che torna dall’Inghilterra dopo la perdita del figlio. Entrambi trovano in Alberto una forma fragile di riscatto: Elisa attraverso una corrispondenza che si trasforma in un legame intimo e ambiguo, Juric, mostrando al ragazzo il fascino contorto della forza e della violenza. Alcuni eventi drammatici di quell’estate stravolgeranno la vita di Rambàgo e dei suoi abitanti, mentre Elisa scompare nel nulla. Cosa è accaduto?
Alberto lo scoprirà solo quando si sarà misurato con la linea sottile che separa il fuoco che illumina da quello che distrugge e che abita ogni essere umano.-
La storia dell’umanità, per citare Elsa Morante, è un susseguirsi di conflitti, ma non vanno per forza letti in chiave negativa. Già Freud si interrogava sulle pulsioni umane e sulla spinta distruttiva che alberga in ciascun individuo. Se è vero che è impossibile estirparlo, possiamo quanto meno “canalizzarlo” al meglio. D’altronde la vita è trasformazione continua, ovvero un’alternanza di distruzione e ricostruzione. Ogni giorno ci svegliamo diversi da come ci siamo addormentati, ma dove sta il punto di rottura?
Il ricordo è lo scalpello con cui ciascuno plasma la propria personalità. Ma bisogna fare attenzione: uno scalpello si può trasformare velocemente in un’arma: basta un colpo più forte e l’anima va in frantumi. Il romanzo credo che chiarisca bene questo aspetto: rancore, depressione, immobilismo… sono diverse reazioni alla dittatura dei ricordi. Ciascuno deve fare i conti con il proprio dolore e non tutti riescono con facilità.



AUTORE. Patrizia Vivona










