[di Davide Russo] Il verdetto del 54% di NO al referendum di lunedì non è un voto tecnico: è l’urlo di un’Italia che rifiuta di essere ridotta a una colonia muta e rassegnata, condannata a pagare i debiti di guerre altrui. Mentre Giorgia Meloni cercava la pacca sulla spalla da Washington, i cittadini le hanno presentato il conto di una politica estera subalterna, che ha trasformato la nostra nazione in una colonia di serie B, incapace di alzare la testa davanti ai diktat di Donald Trump.

Siamo davanti a una verità documentale: La diplomazia italiana è morta. Il Governo si è piegato alla logica dei vassalli, trascinandoci in una guerra folle contro l’Iran per compiacere interessi d’oltreoceano. Ma la geopolitica non è un talk show: è sangue e costi sociali. Con le quotazioni del greggio ormai fuori controllo sopra i 100 dollari, l’Italia resta a guardare, priva di una qualunque strategia per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per i nostri approvvigionamenti energetici. Mentre la Meloni e Tajani tacciono sulle rotte petrolifere in fiamme, ogni tensione internazionale alimentata da questa visione supina e servile si trasforma istantaneamente in un’impennata selvaggia dei prezzi qui a Castelvetrano. Il Diesel oltre i 2 euro è la tassa sulla nostra sottomissione. I siciliani pagano il prezzo di un’escalation che non ci appartiene, decisa da chi non ha la minima idea di come tutelare l’interesse nazionale.

In questo naufragio geopolitico, la figura di Antonio Tajani è diventata imbarazzante. Il leader di Forza Italia gestisce un dato che è una condanna a morte politica: il 17% degli elettori di Forza Italia ha votato NO. Quasi un quinto della sua base ha capito quello che i vertici fingono di non vedere: il partito è diventato il terminale di una linea politica inesistente. Quando il 17% dei tuoi fedelissimi ti vota contro su un tema identitario, significa che la tua credibilità è pari a zero. Tajani non guida un partito, guida un guscio vuoto che ha perso ogni contatto con i bisogni reali della gente. Mentre la Premier giocava a fare la piccola statista tra i grandi di Washington, il suo governo marciva internamente tra scandali e arroganza. Lo sfratto di Daniela Santanchè dal Ministero, insieme alle cadute di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, è il simbolo di un potere che si credeva eterno e che invece è stato travolto dalla realtà.

Pensioni e sicurezza sono scomparse dai radar del centrodestra sacrificate sull’altare della propaganda atlantista. Il Caro Vita è una mazzata quotidiana che il governo ignora, troppo occupato a fare i maggiordomi del Pentagono. Il NO del referendum è l’inizio della fine per il Melonismo. Gli italiani hanno capito che non basta obbedire a Washington per governare l’Italia. Castelvetrano ha parlato: vogliamo dignità, autonomia energetica e una politica estera che metta l’interesse nazionale davanti a quello dei padroni d’oltreoceano. La disfatta dei vassalli è appena iniziata.

Davide Russo

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