Altro che sconfitta. La mafia ha cambiato pelle, non spara più ma fa affari, vivendo di consenso tra la gente e approfittando del loro stato di bisogno. Chi negli anni ha lavorato sul fronte antimafia della giustizia non ha dubbi: «La mafia continua a operare perché c’è un problema di tutela dei diritti per i cittadini, nella salute, per l’ambiente, per i lavoratori – dice Alessandra Camassa, oggi presidente del tribunale di Trapani – sin quando cerchiamo i favori per ciò che è un nostro diritto s’innesta quella cultura che caratterizza la mafia». Ieri pomeriggio, al baglio Florio del parco archeologico di Selinunte, per l’inaugurazione dei Cantieri del diritto (organizzati dagli Ordini forensi di Sicilia) si è discusso della mafia, tra evoluzione e stato di salute. Ma anche di 416 bis e se va bene ancora così per com’è. A parlarne sono stati chiamati magistrati e avvocati che hanno vissuto decenni di lotta alla mafia. A partire dagli allora pubblici ministeri di “Omega”, il primo vero maxi processo alla mafia trapanese, Gabriele Paci (oggi procuratore di Trapani) e Massimo Russo (sostituto alla procura dei minori di Palermo). «Negli anni del mio impegno in Direzione distrettuale antimafia mi sono reso conto di una “normalità” mafiosa, ossia di una struttura parallela allo Stato che svolgeva funzioni di sicurezza, welfare. E il gioco forza era il consenso della gente, sempre e comunque – ha detto il magistrato Russo – oggi, invece, assistiamo a una rivoluzione antropologica che riguarda anche le nuove generazioni, basta guardare a cosa sta succedendo in alcuni quartieri popolari di Palermo».
«Quella di ora è una stagione senza più pentiti», ha ricordato Gabriele Paci, attuale procuratore capo a Trapani. Un aspetto quello dei collaboratori di giustizia che, decenni addietro, ha permesso lo svolgersi di tante inchieste. E Paci ha ricordato il collaboratore di Marsala Antonio Patti e ciò che gli raccontò («io da giovane avevo come punto di riferimento altri mafiosi») ma anche il lato “anomalo” religioso dei mafiosi («a casa di un mafioso, ricordo, trovammo statue e quadri di Santi…»). Quella stagione dei collaboratori di giustizia è finita. «Oggi in provincia di Trapani non ne abbiamo più», ha ammesso il pm Bruno Brucoli della Dda di Palermo.
Sui territori oggi non si spara più. La mafia sceglie il silenzio, lavorare sotto traccia e fare affari. Da sud a nord. E se la mafia cambia, nei piccoli centri la mentalità dei cittadini no: «Qui non c’è la mentalità di denunciare e questo crea consenso sociale», ha detto il giornalista Lirio Abbate. E fare affari è il modus operandi anche di mafia e ‘ndrangheta al nord. Lo sa bene Gaetano Paci, procuratore capo di Reggio Emilia con un passato nella Dda di Palermo e di aggiunto a Reggio Calabria: «Oggi Cosa Nostra corleonese ha perso la sfida delle stragi e non la troviamo più – ha detto – ma c’è la criminalità degli affari che si infiltra nell’economia, ecco perché sceglie i territori ricchi, dove ci sono infrastrutture. L’affiliazione all’organizzazione si misura nel sapere fare affari».
Nella sessione di ieri c’è stato spazio anche per discutere sul 416 bis, con l’introduzione dell’avvocato Tancredi Bongiorno, la moderazione del giudice Marcello Saladino e gli interventi, tra gli altri, del procuratore capo di Marsala Fernando Asaro, del pm Bruno Brucoli e degli avvocati Paolo Paladino e Luigi Pipitone. I lavori continueranno da oggi e per altri tre giorni al complesso monumentale di San Pietro a Marsala.

Da sinistra: Gabriele Paci e Massimo Russo, pm nel processo “Omega” degli anni ’90.

Da sinistra: Gaetano Paci, attuale procuratore capo di Reggio Emilia e Marcello Saladino, presidente (facente funzioni) del Tribunale di Marsala.
AUTORE. Max Firreri










