Non sempre si ricordano i sogni e non sempre ciò che si ricorda corrisponde esattamente al sogno che abbiamo fatto. A volte il contenuto del sogno è talmente spiacevole per la coscienza che non può affiorare. Oppure lo fa in una versione modificata, più accessibile. A decidere se ed in quali forme il contenuto può essere ricordato è una sorta di “censura onirica”, che ha il compito di preservare l’integrità della coscienza.
Se determinati contenuti, eludendo il controllo della censura onirica, irrompessero senza filtro sul palcoscenico dell’io, la stabilità psichica perderebbe la sua principale garanzia e l’intero “sistema” rischierebbe il collasso.

Insomma, non ricordare determinate cose a volte è assolutamente funzionale al mantenimento dell’identità.
Non si può escludere che gli stessi meccanismi psichici di natura individuale, possano essere presenti anche nel funzionamento sociale della collettività.
Per esempio, esistono verità che non possono essere riconosciute da una Corte. Sono quelle per cui, grazie ad una costellazione di cavilli giuridici ed interpretazioni creative, possono trasformarsi in assoluzioni. Diventano appunto un sogno che non si ricorda, il cui contenuto viene di colpo cancellato come se non fosse mai esistito.
Oppure si trasformano in qualcosa di più accettabile, come nel caso delle stragi del 1992-1993 che ancora oggi, in molti convegni “antimafia”, vengono sistematicamente definite delle stragi mafiose, ignorandone invece la concomitante matrice politica, che coinvolgerebbe una parte dello Stato.
Ora, non ci si può certo aspettare che lo Stato possa riconoscere e sanzionare una parte di se stesso, in maniera del tutto spontanea. Come, d’altra parte, non ci si può aspettare che un nevrotico riconosca la propria dipendenza dalla madre.

Uno dei meccanismi di difesa comune ad entrambi i “disagi” è sicuramente quello della “proiezione”: la responsabilità sta fuori, è sempre dell’altro, lontano da noi.
Forse è per questo che negli anniversari delle stragi e negli incontri per la legalità si continua ancora a mettere l’accento soltanto sulla violenza della mafia e il suo braccio armato, con Riina, Provenzano e compagni, nell’assunto che tutto il male possa essere unicamente frutto di un gruppo di quattro o cinque mafiosi. È una rassicurante proiezione che ci mette al riparo da ogni introspezione.

Tutto diventa ancora più complicato in Sicilia, sopratutto se si guarda a quelle città di provincia dove il potere economico e quello politico si fondono sotto l’occhio attento della solita classe dirigente, che da decenni decide il bello e il cattivo tempo, rapportandosi proprio con don Tizio e mastro Caio.
Più complicato perché a volte anche l’antimafia residente, pur se mossa dalle migliori intenzioni, rischia di essere vittima di circostanze che la costringono a veicolare un messaggio diverso rispetto alle proprie idee. Ma oggi, nell’era di internet e della comunicazione allargata, non esiste più il prodotto fatto in casa ad uso e consumo dei compari e un fatto pubblico ci mette davvero poco a passare i confini della “discrezione” cittadina.

In questi contesti è più difficile rendersi conto che, come dice Roberto Scarpinato, “il male che combattiamo fuori di noi è tra noi”.
È più difficile, perché a volte si fa ancora fatica anche solo a nominare i nomi dei mafiosi.
Ci si accorge che forse c’è ancora molto da fare per agevolare la consapevolezza di che cosa ci sia oltre la mafia, se ancora non si ha piena coscienza dei metodi intimidatori di primo livello e dei suoi fiancheggiatori.
Se in Calabria, nei terreni confiscati alla mafia, si fa fatica a trovare qualcuno che voglia guidare il mietitrebbia, in Sicilia ci sono ancora tipografie che alla richiesta “troppo audace” di un preside che chiede di stampare un manifesto con la faccia di un boss, hanno semplicemente risposto “No”.

Forse occorre smetterla con la storia che, tranne qualche isolato delinquente, la Sicilia è fatta da una grande massa di imprenditori onesti, di politici trasparenti e di cittadini responsabili. E’ un comodo assioma che non aiuta certo a guardarsi dentro, a riconoscere anche in noi stessi quell’odore di mafia che non ha bisogno di avvocati o magistrati. Un odore che la Sicilia fa fatica a scrollarsi di dosso. E che viene riconosciuto soltanto quando si attacca al reato.
La legalità, soprattutto in Sicilia, non può essere intesa soltanto come rispetto per le regole.
Troppo facile.
Troppo comodo.

Egidio Morici
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