Cos’hanno in comune Angelino Alfano e Ignazio Cutrò?

Il primo è molto conosciuto (per vari motivi), l’altro un po’ meno. Sono entrambi siciliani, Alfano è nato ad Agrigento, Cutrò è nato a Bivona, un paesino di nemmeno 4000 abitanti, ad una sessantina di chilometri di distanza.

Ma chi è Ignazio Cutrò? E’ uno che non ha niente a che vedere con poltrone, incarichi e carriere politiche, perché di mestiere fa l’imprenditore edile. O meglio, vorrebbe continuare a farlo, perché da quando, nel 1999, gli fu bruciata una pala meccanica, la sua vita non fu più la stessa. Mentre Cutrò presentava la sua prima denuncia contro ignoti,Angelino Alfano si apprestava a diventare capogruppo di Forza Italia all’Assemblea Regionale Siciliana.

L’imprenditore bivonese comincia ad affondare in una palude fatta di sfiancanti minacce e intimidazioni durate quasi sette anni, fin quando decide di diventare un testimone di giustiziadenuncia i suoi estorsori.

Nello stesso periodo Angelino Alfano viene eletto alla Camera dei deputati, nelle politiche del 2006.

Le testimonianze di Cutrò si intensificano fino ad avviare l’operazione “Face off”, che culminerà poi nell’arresto dei fratelli Panepinto.

Angelino Alfano prosegue nella sua missione per la collettività e diventa nel 2008 Ministro della Giustizia del governo Berlusconi. Un bel risultato, visto che con i suoi 37 anni è il più giovane Ministro della Giustizia della storia repubblicana. Il nuovo ministro “antimafioso”, dopo circa due mesi, mette la firma al Lodo che prende il suo nome, ma che gli scrivono Ghedini e company. L’ennesima legge ad personam per mantenere il premier lontano dalla galera. E’il periodo in cui il ministro va sbandierando ai quattro venti di rappresentare l’antimafia delle leggi e non quella delle chiacchiere.

Purtroppo, anche le cose che succedono ad Ignazio Cutrò non sono chiacchiere: nessuno lo chiama più a lavorare. Una volta riceveva le commesse, adesso solo minacce di morte. Grazie a lui è stato dato un duro colpo al clan Madonia, ma adesso si sente abbandonato. Ecco perché un bel giorno, all’inizio di dicembre, decide di andare a Roma ed incatenarsi davanti al Viminale, insieme a Valeria Grasso, altra testimone di giustizia di Palermo.

Siamo ai primi di dicembre del 2010. Angelino Alfano potrebbe raggiungerlo, in fondo si tratta di un imprenditore che abita a 60 chilometri dalla casa dei suoi genitori. Ma è troppo occupato in vista della fiducia del prossimo 14 dicembre. Creare uno Scilipoti dal nulla, non è una cosa facile.

Ad andare a trovare i due imprenditori incatenati è invece Sonia Alfano (tutt’altro che parente di Angelino). L’europarlamentare dell’Italia dei Valori è tra i pochi politici che sono stati ad ascoltarli: sa che Cutrò si è trovato per due volte vicino al suicidio, ma sa anche che ciò che può fare in termini personali non è sufficiente a risolvere il problema. E’ per questo che quando arrivano i militari con le cesoie, per far cessare la protesta, lei si mette in mezzo, chiedendo che qualcuno prenda in considerazione le richieste dei due imprenditori.

Dopo ore di incatenamento, arriva una nota di Alfredo Mantovano al quale non risulta essere pervenuta alcuna richiesta di protezione per i testimoni di giustizia.

Ma loro non erano lì per chiedere protezione, ma per poter tornare a lavorare!

Chiarito l’equivoco, Mantovano li riceve e promette un impegno.

Il tempo passa. Chi aveva permesso l’arresto dei mafiosi viene abbandonato. E chi lo aveva abbandonato non fa altro che sbandierare ai quattro venti di essere l’antimafia dei fatti: “Noi si che abbiamo fatto arrestare un sacco di mafiosi”.

Ma Cutrò non torna indietro, scrive a politici e giornalisti, viene ospitato in radio e televisioni, parla della sua esperienza e soprattutto sottolinea di non essersi mai pentito della sua scelta, continuando, nonostante tutto, a credere nelle istituzioni.

Intanto, nel gennaio 2011, l’operazione “Face off” porta alla condanna di quattro persone per un totale di 66 anni di carcere.

Pochi giorni prima, Angelino Alfano aveva dichiarato: “Tensioni rendono le riforme più difficili.
Ma non rinunciamo, anche su intercettazioni e processo penale
”.

Insomma, mentre i mafiosi dell’agrigentino venivano condannati proprio grazie a Cutrò e alle intercettazioni, Angelino Alfano lavorava per limitarle.

I giorni passano, le promesse di Mantovano sembrano svanite nel nulla e si arriva ai primi di novembre del 2011, con un’interrogazione Perlamentare di Antonio Di Pietro:

Il ministro Maroni assuma immediatamente tutte le iniziative normative necessarie che permettano ai testimoni di giustizia di continuare a lavorare affinché possano, da cittadini comuni, riprendere la propria attività imprenditoriale e lavorativa”.

Cutro’ – prosegue Di Pietro – che è diventato simbolo della lotta alla mafia e che, grazie alle sue denunce e testimonianze ha permesso allo Stato di arrestare decine di boss, ha dovuto sacrificare il suo lavoro, in seguito a reiterati attentati, intimidazioni e minacce da parte di malviventi contro di lui e la sua famiglia. Dopo aver ottenuto, come prevede la legge per le vittime del racket, la temporanea sospensione prefettizia con la quale sono stati congelati i debiti contratti con le banche, per rimediare ai danni causati dagli attentati, l’Inps ha notificato di non riconoscere questa sospensiva così non rilasciando i documenti indispensabili per riavviare l’azienda. Nel frattempo, la sospensione prefettizia è scaduta e le banche pretendono di riavere quanto di loro spettanza. Ignazio Cutrò si sente abbandonato, in primo luogo, dalle istituzioni che, con la loro burocrazia, gli hanno impedito di riavviare la sua impresa”.

“I testimoni di giustizia – conclude Di Pietro – rappresentano una risorsa preziosa, in quanto sono cittadini onesti che hanno creduto nello Stato e hanno avuto il coraggio di denunciare il malaffare. Le istituzioni hanno il dovere di rimuovere qualunque ostacolo burocratico leda il loro diritto di riprendere la propria vita e l’attività lavorativa”.

E Angelino Alfano?

E’ occupato a rimettere insieme i cocci di un governo distrutto dal capitalismo. Non dall’opposizione, non dalla magistratura, ma dal capitalismo.

Ad oggi è difficile capire chi guiderà l’Italia, ma soltanto quando Ignazio Cutrò tornerà a lavorare nella propria terra, gli italiani potranno dire di avere scelto bene. Perché, come dice sempre lui, “anche non facendoti ritornare a lavorare la mafia ha vinto”.

Egidio Morici

e.morici@alice.it

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