bambini-armati.jpgA 500firme.it scrive da Milano, Luca Fornaroli fotografando una realtà parallela di guerra non convenzionale, ma sempre più combattuta, fatta di assassini assolutamente “innocenti”.
Ecco la prima parte del suo articolo, la seconda tra qualche giorno (i lettori della rete sono più sensibili alla quantità di testo, rispetto ai lettori del cartaceo).

Bambini assassini
di Luca Fornaroli – PRIMA PARTE –

La fine della guerra fredda ed il terrorismo hanno portato ad una trasformazione del modo di fare la guerra: due teorici militari cinesi hanno per questa ragione coniato la famosa espressione “guerra asimmetrica”, intendendo con essa un conflitto che non vede due o più stati contrapposti, ma uno stato e un gruppo di terroristi, di ribelli o di partigiani che combattono con tutte le armi non convenzionali a loro disposizione: attacchi informatici, uso strumentale quanto cruento delle immagini televisive, kamikaze, sabotaggi, attacchi alle infrastrutture, ai mezzi di trasporto e a tutto quanto rende possibile il vivere civile nella modernità. Le tesi dei due ufficiali cinesi vennero pubblicate una decina d’anni prima dei tragici successi di Al Qaeda che inevitabilmente hanno conferito loro un valore tristemente profetico.

Uno stato non può far fronte a simili iniziative con armi convenzionali: le forze armate da sole sarebbero totalmente inefficaci. Quanto sta accadendo in Iraq ed in Afghanistan sembra dar credito alla teoria cinese. In una guerra asimmetrica servono soprattutto capacità di analisi ed investigazione di tipo poliziesco, servono servizi di intelligence molto raffinati e servono gli insegnamenti di Niccolò Machiavelli e la sua concezione della politica intesa come capacità spregiudicata di stringere alleanze e creare un network di relazioni utili anche per costringere il nemico a venire allo scoperto.

Quello che i generali cinesi non hanno tuttavia previsto è il tipo di conflitto che può esplodere laddove non ci sia più uno stato in grado di avere forza e legittimità per far rispettare l’ordine interno. Non hanno previsto che in tutta l’Africa equatoriale, in Guatemala, in Colombia, nelle aree remote delle Filippine, nello Sri Lanka, i gruppi paramilitari di ribelli (se così si possono chiamare) minacciano in modo molto concreto la stabilità degli stati il cui governo – dopo vere e proprie carneficine di civili – cade sovente nelle loro mani. E’ il caso recente della Sierra Leone, della Liberia, di alcune zone dell’Uganda, della Costa d’Avorio e del Sud Sudan.

In realtà, chi si confronta non sono altro che bande armate il cui unico scopo è impadronirsi dei giacimenti di materie prime (in Africa soprattutto diamanti e minerali per l’elettroconduzione quali il coltan). Spesso sono finanziati dal governo di un paese confinante o da qualche agenzia che opera per conto di multinazionali senza scrupoli o di trafficanti provenienti dall’Europa o dal Libano, come è accaduto in Sierra Leone.

Il modo in cui operano tali bande è uno dei fenomeni più mostruosi della nostra epoca: la maggior parte degli effettivi di questi eserciti improvvisati, ma efficientissimi, è costituita da bambini di meno di dodici anni. Bambini rapiti nei villaggi di origine che hanno dovuto assistere all’uccisione macabra dei propri genitori e dei fratellini. Il ricorso ai bambini non è casuale, nè un sintomo di impossibilità nel trovare personale pronto a massacrare civili. Si tratta invece di una vera e propria dottrina militare che teorizza – e mette in pratica – che i bambini possono essere assassini a bassissimo costo (la loro remunerazione può essere una maglietta), sono molto motivati se hanno visto i genitori ed i parenti morire davanti ai loro occhi e non hanno quindi più nessuno che li possa accogliere.

Sono inoltre straordinariamente affidabili se dal primo giorno di arruolamento vengono obbligati a finire a colpi di machete un prigioniero, sia esso un vecchio o una bambina, o ad aprire la pancia di una ragazza incinta che ha disobbedito al capo. Ancor più affidabili se costretti ad uccidere il loro amichetto che eventualmente si sia rifiutato o non sia stato capace di superare un tale sanguinoso training. Il 60% dei conflitti attualmente combattuti nel mondo vedono l’impiego massiccio di bambini: i bambini non hanno scrupoli, pensano che mutilare o ammazzare sia una cosa giusta e bella per la quale riceveranno un premio. La formazione che ricevono fa deliberatamente leva su questi meccanismi: per loro si tratta solo di un gioco, così glielo hanno raccontato. Come in una tragica favola, più braccia spezzano e più superpoteri acquisiscono.

Luca Fornaroli