[di Rosanna Scaturro] La Chiesa di San Domenico offre, nella sua illuminazione teatrale, una serata magica, uno spazio senza tempo. Quando si spengono le luci ambientali, e friggono i riflettori, all’improvviso il pubblico è come proiettato in un universo colmo di sensazioni care, visivamente rappresentate.

E’ l’esordio della “Buona Novella” di Fabrizio De Andrè, adattata per il teatro da Giacomo Bonagiuso e dalla sua compagnia. Ogni parola, ogni gesto ricco di senso, riporta il numerosissimo pubblico, accorso venerdì 17 giugno, all’apertura de “Le Notti di San Giovanni”, a vecchie emozioni, molto care a chi, in compagnia del concept-album del Cantautore genovese ha trascorso la propria giovinezza. E le emozioni della voce di Faber, qui reinterpretate in scena, corrispondono e si adattano perfettamente a quello che le azioni sceniche travestono di corpo e di fatica, dentro la struttura della rappresentazione.

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Ad un certo punto le immagini suggestive della cappella sembrano animarsi, prendono vita e colore diverso al cambio di luci, al susseguirsi delle scene mentre gli attori, giovani, pieni di entusiasmo, imprecisi a volte, ma nella loro fallibilità perfetti, rendono mortale una storia che è immortale, il Verbo che si fa Carne e viene ad abitare in mezzo a noi, il Figlio di Dio che diventa uomo per salvarci e riconciliarci con il Padre.

Questo miracolo è stato realizzato da persone comuni, da bravi ragazzi che con passione e dedizione, ogni giorno, affrontano nuove esperienze, lasciandosi guidare in questo viaggio da persona esperta, da colui che condivide ogni giorno con loro lo stesso entusiasmo, colui che non dirige ma orienta, che spinge i loro corpi e le loro menti a diventare strumento di trasmissione di emozioni: Giacomo Bonagiuso.

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Il pubblico, quello che mi stava accanto, quello che con me ha condiviso questa esperienza, ha percepito tutto questo e ne è rimasto entusiasta, restituendo ai giovani attori quello che loro si aspettavano, la giusta ricompensa, un applauso lungo e sentito, rivolto in piedi ai giovani talenti della nostra terra.

Sul finale un nuovo tuffo al cuore: sulla voce fuori campo che scandisce “Khorakhanè”, un lenzuolo che avvoge tutti i presenti e ci fa corpo unico con l’umanità della vita di Gesù e per un attimo ci restituisce il suo sudario, e con esso la privazione della luce e dell’aria circostante.
Lo spettacolo, giustamente, proseguirà il suo cammino oltre la nostra Città, dove – è giusto ricordarlo – è stato prodotto e costruito. Andrò alle Orestiadi di Gibellina, a rappresentare la giovane ricerca del territorio, e potrà dire la sua proposta di teatro musicale in altre prestigiose rassegne???

Recenzione di Rosanna Scaturro
Foto esclusive realizzate da SPORTFOTO – Mazara del Vallo

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