C’è un filo che lega cielo e mare, reti e fede, sale e speranza. A Marinella di Selinunte, questo filo ha il nome di Maria — invocata, amata, portata in processione come madre e regina del borgo. Una devozione profonda, umile e vera, che ha attraversato i decenni, i cambiamenti e le maree. Tutto iniziò prima ancora che Marinella nascesse. Quando il borgo non era che una cala tra le dune, chiamata “Scalo di Bruca”, e serviva da caricatore per le merci della masseria dei principi Pignatelli. Qui, nel 1837, in quella che sarebbe poi diventata la casa Consiglio, fu costruita una piccola chiesa dedicata a Maria Santissima del Soccorso, addossata a un magazzino. Era un luogo semplice, ma amato e frequentato, soprattutto dai pescatori e contadini che popolavano stagionalmente la costa. Il titolo di “Maria del Soccorso” non era scelto a caso: era il volto familiare della Madonna per i marinai, così com’era già a Sciacca, a Castellammare del Golfo e in tante marinerie siciliane. Perché solo chi ha conosciuto il buio di una tempesta sa davvero cosa vuol dire invocare soccorso.

Con la nascita della borgata nel 1862, attorno alla cala e al vallone, il culto mariano non solo non scomparve, ma si rafforzò. Tra i rifugi di fortuna dei pescatori, sorse una fede che viveva nelle preghiere sussurrate sulle barche e nelle promesse fatte davanti al mare. Fu in questo contesto che accadde un fatto ancora oggi ricordato con rispetto e meraviglia: la nascita dell’edicola della Madonna di Gibilmanna. L’antica edicola della fine dell’Ottocento allo Scaro di Bruca, dedicata alla Madonna di Gibilmanna, è collocata nello sperone tra la fine della via Scalo di Bruca e l’inizio della via Usodimare. Pare che la sua origine si debba a marinai provenienti da Cefalù e Porticello, particolarmente devoti alla Madonna di Gibilmanna. Si racconta che l’attuale statuetta fosse una delle tante poste a prua delle barche, a protezione delle traversate. In un periodo di scarso pescato, uno dei pescatori, esasperato dalla fatica e dalla fame, in un impeto di rabbia bestemmiò e scagliò in mare la statuetta della Madonna. Fu un gesto grave, quasi un tradimento spirituale, una ferita nel legame sacro che unisce i marinai alla loro Patrona.
Ma il mare, che sa restituire ciò che si è perso, riportò quella statuetta sulla battigia, tra sabbia e alghe, quasi volesse riscrivere quella rottura. Il ritrovamento fu vissuto come un segno: non punizione, ma perdono. I pescatori, commossi e pentiti, eressero proprio lì un piccolo altarino in pietra, trasformato negli anni nell’edicola che ancora oggi resiste al vento e al tempo, a testimonianza silenziosa di fede, smarrimento e riconciliazione. Nel tempo, le antiche chiesette campestri scomparvero. Anche quella della Madonna del Soccorso, la più vicina e frequentata, andò in rovina verso la metà del Novecento. Ma la comunità non dimenticò mai il volto materno di Maria. Nel 1970, grazie alla concessione del vescovo monsignor Giuseppe Mancuso, nacque finalmente una vera chiesa parrocchiale, in sostituzione degli spazi provvisori in cui fino ad allora si celebravano le funzioni. Fu dedicata al Sacro Cuore di Maria, un titolo che racchiude tutta la spiritualità dei pescatori: cuore come amore, come protezione, come rifugio nei momenti difficili. Un cuore che pulsa tra le onde e che batte nei gesti umili di chi vive ogni giorno con il mare negli occhi e nelle mani.
Da quella chiesa, ogni anno, parte la processione a mare della Madonna, uno degli appuntamenti più sentiti della frazione. La statua viene portata tra le strade, accompagnata da canti e preghiere, poi sollevata su una barca e condotta tra le onde, in un corteo che è insieme rito, voto e festa. Tutti guardano Maria, come un tempo i marinai guardavano le stelle, affidandole le proprie paure e il proprio destino. Marinella è nata tra le reti stese al sole, la pietra antica e il respiro del mare. Ma ciò che l’ha fatta vivere davvero è stato un cuore. Un cuore di madre. Il cuore di Maria. Una Maria che soccorre, che consola, che perdona. Una Maria che ha il profumo del mare e la forza della fede popolare. E che, ancora oggi, veglia sul borgo dall’altare della sua chiesa da quell’edicola che punteggia la via. Come a dire: «Anche quando mi allontani, io ti vengo incontro. Perché non vi lascerò mai soli».
Nino Centonze










