Un immenso patrimonio culturale fatto di simboli, gesti e ritualità che raccontano la tradizionale festa di San Giuseppe, celebrata ogni anno in Sicilia il 19 marzo in onore del santo protettore delle famiglie e dei bisognosi. Passato e presente viene raccontato nel volume “Il pane del santo”, un nuovo progetto editoriale curato da Antonella Corrao con le fotografie di Giandomenico Frassi e Beatrice Prada e l’art direction di Anna Cuppini, che è stato presentato sabato scorso alla Fondazione Orestadi di Gibellina per Gibellina Capitale dell’arte contemporanea 2026. Una riedizione del catalogo “Pani e dolci della Valle del Belìce”, pubblicato nel 1981 con i testi di Antonino Cusumano in occasione dell’omonima mostra ideata da Ludovico Corrao a Gibellina, conservandone intatto il valore documentario a distanza di oltre quarant’anni, e reinterpretando in chiave contemporanea la celebre festa siciliana dove fede cristiana e cultura comunitaria si intrecciano indissolubilmente. Insieme alla presentazione è stata inaugurata anche la mostra fotografica, a cura Giandomenico Frassi e Beatrice Prada, visitabile presso la cappella del Baglio Di Stefano che apre la settimana delle celebrazioni dedicate a San Giuseppe.

Come un reportage fotografico realizzato sul territorio di Gibellina estendendosi all’intero territorio belicino – Castelvetrano, Partanna, Santa Ninfa e Salemi dove si trova il Museo del pane e del grano – il progetto ha coinvolto le comunità, lavorando gomito a gomito con le “maestranze” e in particolare con le donne, depositarie delle antiche tradizioni, ma anche di tutte le istanze, e della resilienza e delle lotte che ne hanno forgiato l’identità. Il pane del santo diventa dunque la testimonianza di un sapere tramandato, che si dispiega nel tempo “sospeso” e straordinario della festa religiosa. La preparazione e l’esposizione dei Pani di San Giuseppe nei magnifici altari preparati per l’occasione, il consumo, lo scambio e il dono: tutti momenti di un rito che contribuisce a rinnovare e rafforzare i legami sociali e identitari di un territorio che con la distruzione delle città ha perso i suoi punti di orientamento, trovando nella memoria e nella riproposizione collettiva delle pratiche il senso della comunità.

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