La prima lapide con il nome e la foto di sua figlia la spezzò a colpi di bastone, rinnegandola perché si era pentita e aveva collaborato con la giustizia. Giovanna Cannova, morta lo scorso novembre, non aveva mai accettato la scelta della figlia Rita Atria di confidarsi all’allora procuratore della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino, svelando quello che sapeva dei fatti di mafia di Partanna.

Ecco perché aveva deciso che, sino a quando sarebbe stata viva, su quella tomba non doveva comparire nulla di sua figlia Rita. Nè il nome, nè la foto. Lo scorso luglio, nel ventennale del suicidio della giovane partannese, l’associazione “Libera” preparò una lapide che, soltanto per poche ore, rimase poggiata lì, sulla tomba della famiglia Cannova. Poi fu portata via ed è oggi custodita dal coordinatore provinciale di Libera.

Per decenni quella sepoltura è rimasta anonima al ricordo di Rita Atria, seppellita lì, insieme al padre Vito Atria (ucciso nell’85). Da pochi giorni su quella tomba è comparsa una lapide in marmo a forma di libro, con la foto di Giovanna Cannova e quella di Rita Atria.

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A volerla è stata la sorella Anna, l’unica sorella della testimone di giustizia suicidatasi nel ‘92 a Roma, che vive lontana dalla Sicilia. La sua firma «Con affetto Anna» è apposta in calce al testo:

Alla mia famiglia, condannata, speculata, calunniata, marchiata, violata, abusata, usurpata, umiliata, giudicata, incriminata, che ha lottato, creduto, sperato, amato, sopportato, sofferto. Nel mio cuore sarà sempre vivo il ricordo di colore che vissero unicamente per amore della famiglia.

La cognata di Rita Atria, Piera Aiello, anche lei testimone di giustizia, un mese fa a Marsala aveva reso pubblica la notizia della morte dell’ex suocera.

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