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Sono un inguaribile tradizionalista, attaccato, come tanti, a usi e costumi (come suol dirsi) della mia terra. Mi piace, ancora come tanti, partecipare alle manifestazioni popolari della Settimana Santa, che da noi in Sicilia – forse per quella voluttà della morte di cui parla Tomasi di Lampedusa – raggiungono punte di pathos che hanno eguali solo nella (ex) cattolicissima Spagna.

Non mancavo di andare ai Misteri di Trapani, prima che uno stupido divieto vescovile togliesse con gli incappucciati gran parte del fascino a quella processione. Così come non manco mai all’Aurora di Castelvetrano, perché mi attira l’idea di assistere a gesti si ripetono sostanzialmente immutati da centinaia d’anni, segno di una continuità, di una identità di popolo che, su altri versanti abbiamo purtroppo irrimediabilmente perso, omologati e risucchiati negli standard del villaggio globale.

E’ strano infatti che il siciliano, così diffidente e individualista, si apra poi a forme di religiosità, forse primitive, ma certamente aggreganti.

La suggestione, dicevo; forse la risposta è in questa parola. Cerchiamo un rapporto col sacro fatto di fuggevoli impressioni piuttosto che di autentica conversione; preferiamo rapportarci a statue di cartapesta sulle quali dipingiamo il dolore universale (Cristo morto, l’Addolorata) o la vittoria della vita (ecco le varie Giunte, Aurore, Paci che si celebrano un po’ dovunque), che resta, tuttavia, al livello di sacra rappresentazione, alla pirandelliana dimensione dell’eterno teatro; di qualcosa che è bello a vedersi o a farsi, ma che dopo, quando torniamo a casa, non ci riguarda più.

continua..