Dal 23 ottobre al 15 dicembre 2026 il MAC – Museo d’Arte Contemporanea Ludovico Corrao ospita “Fawohodie”, mostra fotografica di Francesco Bellina, a cura di Rosa Cascone, nell’ambito del programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Il progetto mette in relazione la trasformazione urbana delle città ghanesi di Accra e Sekondi-Takoradi con le pratiche artistiche pubbliche e i processi di rigenerazione delle città, aprendo un confronto con la storia e le prospettive di Gibellina e della Valle del Belìce. Nell’allestimento immersivo realizzato per il MAC, le fotografie dialogano con video e immagini a parete intera, accompagnando il visitatore tra le strade delle due città. Bellina racconta la nascita di nuovi centri e istituzioni culturali e osserva come l’interazione tra artisti, spazio pubblico e comunità possa modificare i contesti urbani e aprire nuove prospettive economiche, sociali e culturali.

Il titolo “Fawohodie” richiama indipendenza e libertà ed è il nome di un simbolo Adinkra che rappresenta la libertà e la responsabilità che essa comporta. I simboli Adinkra sono segni impressi sui tessuti cerimoniali, ciascuno portatore di un concetto. Fawohodie rimanda al proverbio «Fawohodie ne obre na enam», tradotto letteralmente come «la libertà cammina con la sofferenza»: un riferimento all’impegno e alle responsabilità attraverso cui una comunità conquista e custodisce la propria autonomia.

La ricerca fotografica si sviluppa sullo sfondo dell’indipendenza del Ghana dalla dominazione britannica, proclamata il 6 marzo 1957. Nel processo di costruzione della nuova identità nazionale, Kwame Nkrumah ricorre anche ai simboli Adinkra. Il lavoro di Bellina segue il rapporto tra queste radici precoloniali e le forme artistiche contemporanee, mostrando come la creazione di nuove infrastrutture culturali proceda insieme alla conservazione e alla promozione del patrimonio tradizionale. Le pratiche legate ai simboli Adinkra sono al centro di un processo di riattivazione che coinvolge artisti e istituzioni: i simboli vengono esposti e reinterpretati, entrando anche nel circuito internazionale dell’arte e del mercato. Le reti che gli artisti costruiscono tra loro e con i centri culturali tengono insieme tradizione e contemporaneità. Realtà come Nubuke Foundation, Gallery 1957 e Dikan Center contribuiscono a questo processo; la stessa Gallery 1957 è stata inaugurata il 6 marzo, nella data simbolica dell’indipendenza.

Le immagini sollevano anche una questione: chi custodisce e gestisce un patrimonio mentre si trasforma? La mostra invita a interrogarsi sulle responsabilità della sua conservazione e sulle condizioni che permettono alle comunità di mantenere il controllo della propria identità culturale. L’indipendenza emerge così come un processo di riappropriazione che continua nel tempo, attraverso la costruzione di istituzioni e l’elaborazione di nuovi linguaggi. Gibellina è un interlocutore naturale di questa ricerca. Dopo il terremoto del 1968, la ricostruzione della città, promossa da Ludovico Corrao con il coinvolgimento degli artisti, ha affidato alla cultura un ruolo centrale nella rinascita della comunità. La Fondazione Orestiadi e i musei nati nel percorso di ricostruzione condividono con le istituzioni ghanesi raccontate da Bellina l’urgenza di dare forma a un’identità e di creare luoghi in cui questa possa continuare a svilupparsi.

L’esperienza degli artisti ghanesi contemporanei offre dunque uno specchio attraverso cui guardare alle possibilità di Gibellina e del Belìce. Il confronto mette a fuoco il ruolo dell’arte nello spazio pubblico e la sua capacità di favorire il turismo culturale, contribuendo a ridare vita a luoghi in declino o trascurati. La mostra porta questa riflessione nel programma di Gibellina Capitale, mettendo al centro il rapporto tra produzione artistica e partecipazione delle comunità. Francesco Bellina vive e lavora tra la Sicilia e il Ghana. La sua posizione alimenta uno sguardo che mette in relazione i due territori e prosegue il dialogo tra culture che attraversa il Mediterraneo, osservando la costruzione dell’identità nei luoghi e nelle pratiche della vita collettiva.

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