il capo dei capiLa fiction sul più grande boss di cosa nostra, Totò Riina, incolla alle poltrone. E’ ben realizzata, è recitata in modo convincente da quasi tutti gli interpreti ed è aderente ai fatti di cronaca siciliana dell’ultimo mezzo secolo. Ma Biagio Schirò chi è? O meglio: chi avremmo voluto che fosse stato?

L’ispettore Schirò, impersonato dall’iperaffascinante Daniele Liotti, non è mai esistito: mettiamoci l’anima in pace.

Nella combriccola di un adolescente Totò Riina che muoveva i primi passi di piombo nel mondo della malavita organizzata non vi fu alcun “fuoruscito”. In quel gruppetto non vi fu alcuno che decise di passare dalla parte della legge voltando le spalle agli amici : gli amici di Totò Riina avevano a suo tempo nomi pressocchè sconosciuti, ma diventati di grande peso negli anni. Quei nomi erano quelli di Luciano Liggio, più che un amico un mentore a dire il vero ed ex braccio destro di Michele Navarra, di Bernardo Provenzano e di Leoluca Bagarella. Nessun Biagio Schirò.

Nella fiction Riina invece patisce da parte di un amico tradimenti continui: sin dalla fuoruscita di Biagio dal gruppetto fino ai giorni precedenti la cattura dopo più di un ventennio di latitanza. Il grande capo, come si è visto nella fiction fin qui messa in onda, ha avuto diverse occasioni per sbarazzarsi dell’amico scomodo diventato sbirro e per giunta con il pallino di vederlo dietro le sbarre.

Eppure non lo fa: nella puntata precedente gli assesta una badilata ed un paio di calcioni ma nulla di più. Un amico poco addentro ai fatti e ai misfatti delle cronache mafiose degli ultimi anni, osservando nella puntata di ieri l’incontro tra l’ipotetica moglie di Schirò con Ninetta Bagarella in clinica, seguito da una sorta di pedinamento intimidatorio della donna da parte dello stesso Riina in sella ad una moto e nascosto da un casco, mi chiede : ”ma gli ammazzano la moglie a Schirò?”.

Stante che conosco fatti e misfatti di tutti quei personaggi, a questa domanda ho dovuto rispondere “non lo so”, dato che non fa parte delle cronache e che si tratta di personaggi inventati: ma francamente mentre dicevo “non lo so” pensavo in effetti “forse si”.
E li sono nati in me, urticanti,alcuni interrogativi.
Perchè gli sceneggiatori hanno voluto umanizzare la figura di Totò Riina?
La scelta del boss di non uccidere Biagio, quando ne aveva avuto la possibilità, è un gesto di valore. Di altissimo valore umano, se si considera il contesto in cui una scelta del genere è maturata: in un ambiente in cui la vita altrui ha un valore vicino allo zero, specie quando rischia di intaccare e di indebolire gli equilibri e la sicurezza dell’organizzazione.
Ancora di più, nella puntata di ieri, Riina si mette contro i suoi stessi gregari – ma sarebbe meglio definirli sottoposti – che vorrebbero Schirò morto. Anche ieri Totò si è opposto a quell’esecuzione, in una puntata in cui il sangue è stato versato a fiumi con gli omicidi eccellenti di Boris Giuliano, Cesare Terranova e Gaetano Costa, e l’eliminazione di componenti dell’organizzazione come Inzerillo e Bontade. Una raffica anche per Schirò ci sarebbe stata a pennello, nella mentalità di un sicario di mafia : e francamente pensavo che almeno la moglie sarebbe stata fatta fuori.
Ed invece no: Riina, nella fiction, lascia in vita una mina vagante che vaga proprio nella sua stessa traiettoria.

In nome di una vecchia amicizia? In nome di un ricordo e di un affetto duri a morire? Più forti della ragione persuasa all’eliminazione di elementi pericolosi e destabilizzanti? Per una sorta di distorto e malato senso del rispetto?
Che messaggio vogliono farci arrivare gi sceneggiatori? Che al boss sia mancato un amico in tutto il disastrato corso della sua vita?
Che se lo avesse avuto avrebbe saputo volergli bene anche a scapito di sè stesso?

Ora, devo ammettere che questa fiction mi sta inquietando parecchio: di film basati su fatti veri ne abbiamo visti a decine: da Giulio Cesare in poi siamo stati abituati a dare una valenza positiva ai protagonisti di film che in qualche modo ripropongono eventi storici ed anche di cronaca. Ma quando si parla di film sulla mafia il discorso cambia, e si fa insidioso.
I film sulla mafia che abbiamo visto non avevano mai avuto come protagonista nessuno dei boss: ma piuttosto le loro vittime.
Abbiamo guardato con attenzione le fiction sulle vite di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di recente del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Tutte fiction in cui la mafia c’entrava eccome, pur tuttavia senza mai essere protagonista diretta . E quindi è stato doveroso, oltre che naturale e fisiologico, “voler bene” ai protagonisti di cui sopra, conoscendo peraltro quale terribile fine abbiano poi subìto per mano di cosa nostra.
E ora? Che cosa vogliamo provare nei confronti del primo mafioso protagonista di una fiction sulla mafia?
Cosa ne vogliamo pensare di Salvatore Riina?
Che è stato un marito innamorato e devoto? Che è stato un padre affettuoso e presente pur continuamente in fuga? Che era anche un uomo avveduto che detestava gli sprechi di denaro? Più o meno queste cose le sapevamo già: se non fosse che il loro amore è tinto di rosso ed è legato da un filo di sangue continuo, quello tra Totò e Ninetta meriterebbe di essere annoverato tra i grandi amori della storia recente. Perchè sicuramente lo è stato, sia da parte di lei che di lui.
Immaginavamo forse poco la tenerezza di un papà di quel tipo che gioca con i suoi bambini o che si commuove a prendere in braccio l’ultimo nato: e già questo ci fa inquadrare Riina come uomo, e gli stacca sia pure per qualche minuto, i panni del mafioso di dosso. Riina che presta i soldi ad un suo amico, il cui fratello deve subire un intervento chirurgico, e che parla di fame, di stenti, di disagi, di differenze inaccettabili tra chi ha rubinetti d’oro e chi ancora puzza di fame e non si può curare. Riina che coltiva le sue arance e le porge orgoglioso ad un amico, cui dona “il frutto del sole della sua terra”, o sempre il terribile Totò che gioca ad intimidire il cognato cui in realtà vuole molto bene : era dunque un buono Totò Riina nel fondo della sua anima? Era un buono che la durezza della sua prima infanzia ha reso determinato a non sentire più i morsi della fame? Era fondamentalmente un buono che si era lasciato sedurre dalla smania di potere e di onnipotenza? Era un buono determinato a prendersi una rivincita sulla vita che gli aveva fatto saltare per aria padre e fratello quando erano felici di aver trovato un ordigno che avrebbe fruttato due giorni di pane sicuro da mettere sotto i denti? Furono quelle due vite spappolate sotto i suoi occhi a fargli decidere che nessuno più nella sua famiglia sarebbe morto per fame, e non già di fame?
Sarebbe stata diversa la sua vita se un Biagio Schirò fosse davvero esistito e se fosse stato talmente forte da tirarlo con sè? O ancora, sarebbe rimasto vivo tanto a lungo un Biagio Schirò se davvero fosse esistito ed avesse davvero avuto un ruolo nella vita di Totò?
Forse è la prima volta che ci si sofferma a guardare oltre le cronache. Non credo sia sfuggito a nessuno un passaggio molto delicato. Il cognato Leoluca Bagarella, saputo dell’incontro in clinica tra la sorella Ninetta e la moglie di Schirò, continuava ad insistere affinchè Biagio fosse ucciso. Riina gli si opponeva, gli ricordava i ruoli. Gli diceva che non era certo lui, Luchino, a poter dare ordini. Ed era alterato, nervoso ed inquieto: Riina non era mai niente di tutto ciò. Anzi, tutto l’opposto.
Ma Bagarella continuava imperterrito: a nessuno può essere sfuggito lo scatto di rabbia di Riina che afferra il giornale e dice al cognato ” se vuoi scannare un uomo ammazza a questo qua” ; in cui ” questo qua” era il giudice Cesare Terranova. Personaggio scomodo ma della cui morte la “commissione” non aveva ancora deciso. Stante a quanto abbiamo visto Cesare Terranova sarebbe morto per placare la sete di sangue di Leoluca Bagarella ma, soprattutto, per salvare la vita di Biagio Schirò: per distogliere Bagarella dall’intento di far fuori il poliziotto. Un delirio da asceneggiatura, dato che la storia invece ci dice che le cose non andarono così.
Ed allora perchè trapela spesso l’affetto mai dimenticato di Totò Riina nei confronti di un ex amico di infanzia divenuto poi nemico giurato?
C’è forse stato, e c’è sicuramente, un aspetto della vita emotiva di Totò Riina che ci sia rimasto sempre sconosciuto? Oppure perchè si vuole che la gente si interroghi sulle ragioni che hanno portato agli anni di piombo e delle stragi, al di la dei meri moventi di natura economica ed egemonica? Si vuole forse far pensare a chissà quali traumi nascosti? Al buono che diventa cattivo per sopravvivere? Siamo in odore di “homo hominis lupus”? Sarebbe uno scivolone inaccettabile, ma dagli umori che sento in giro la figura di Totò Riina da questa fiction esce “nobilitata”, sia pure tra molte e molte virgolette. La gente gli trova una qualche giustificazione, una scusante, un’attenuante che renda più comprensibili, o forse un po’ più accettabili, le orrende stragi ordinate da Riina.
Ma verso la fine della puntata di ieri è entrato in scena il personaggio che nella fiction da vita a Giovanni Falcone. E la storia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino rappresenta una linea di demarcazione, una linea di confine: quella soglia sulle cui sponde si sono schierate le due frange della società. Quella sana da una parte, quella contigua alla mafia dall’altra, senza mai più mischiarsi tra loro. Mai come dal 1992 in poi la coscienza civile è stata tanto sveglia e tanto consapevole non soltanto dei fatti ma di sè stessa. La storia dei due magistrati ci appartiene profondamente ed è estremamente attuale, vicina a noi, attaccata alla pelle ed abbarbicata con disperazione all’anima: sarà l’entrata in scena di Giovanni Falcone a riportarci alla realtà delle cose. A farci ricordare che dietro i pochi attimi del padre tenero e del marito affettuos, dietro i pochi sprazzi dell’uomo che ricorda un amico o che va fiero delle sue arance c’è – e ci rimane – un uomo spietato. Che ha squarciato il cuore di Palermo.
E dell’ Italia intera.

Alessandra Verzera
per www.strettoindispensabile.it

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