No, non ritengo la Rai di Lorenza Lei colpevole per la contestata clausola sulla maternità nei contratti di collaboratori e consulenti, laddove si dice che «nel caso di sua malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore, dovrà darcene tempestiva comunicazione.

Ove i fatti richiamati impedissero, a nostro parere, il regolare e continuativo adempimento delle obbligazioni convenute, quest’ultima potrà essere risoluta di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a suo favore» (clicca qui per leggere la norma)

Non solo perché quella clausola non l’ha inventata la Lei ma l’ha trovata, a differenza di molti altri parti spontanei e cesarei della recente gestione che possono esserle imputati come errori di miopia e provincialismo, di censura arrogante, di inadeguatezza generale al comando, vedi il tentativo di estorcere il canone a chi possieda un computer, vedi lo scandaloso arbitrio consentito a Celentano; non solo perché quella clausola sono certa che si può trovare in molte altre, quasi tutte, le aziende, private o pubbliche che siano, messa per iscritto o applicata per prassi consolidata; non solo perché dietro quelle clausole si nasconde l’altra realtà italiana, ovvero le troppe garanzie fornite dal pansidacalismo ai garantiti, e dunque una ingiustizia di trattamento tra persone e tra generazioni, prima che tra sessi, della quale la Rai non è certo l’unica responsabile; non solo perché se quella clausola è odiosa e discriminatoria, allora lo scandalo e la violazione valgono anche per la malattia, che a differenza della gravidanza ti capita per accidente; ma anche perché donne e uomini, ma soprattutto le donne, sulla maternità e il lavoro, sulle ambizioni e gli affetti, devono decidersi a fare una scelta.


È incredibile come nel nostro Paese la maternità sia un po’ totem, un po’ tabù, come diventi alibi per qualsiasi responsabilità, condizione miracolata paragonabile alle stimmate, eppure la famiglia non sia tutelata adeguatamente e modernamente. La contraddizione sta certamente nelle storture del nostro welfare, indubbiamente nelle brutture del nostro Pil, ma anche nella cultura del piagnisteo che ci affligge, nella teorizzazione selvaggia dei principi ideologici, vedi la Camusso che a proposito di questa vicenda ha strillato che «la maternità è un diritto sancito dalla Costituzione». Giusto, e allora, ce la mangiamo la Costituzione, la usiamo per risanare il debito pubblico?

No, non mi scandalizza che un’azienda tenda e tenti di risparmiare sui costi proibitivi di gravidanza e maternità, e so che lo fa dove può, cioè che risparmia sui non garantiti, visto che gli altri sono intoccabili. Se è per questo, a pescare nelle storie dei non garantiti c’è di più e di peggio che l’allontanamento per maternità, nel cosiddetto bacino Rai ci sono persone che lavorano magari per cinque sei anni, bene e sono bravi, poi a casa perché sennò fanno la famosa vertenza, l’assunzione gliela fornisce il giudice e i dipendenti Rai crescono come un tumore. Se è per questo, le donne dovrebbero sapere che la carriera richiede presenza, continuità, dedizione, e i figli sono una distrazione e un’assenza obiettive. Se li vogliono, qualche prezzo va pagato, magari condiviso con i padri.

Un conto è pretendere che la società si accolli un costo ragionevole legato alla maternità, altro è pretendere che il costo sia senza limiti e che ti tengano anche la promozione in caldo. Se ci hanno raccontato un mondo così, erano bugie, e i risvegli sono dolorosi ma inevitabili. Diverso è pretendere una redistribuzione del Pil che tuteli la maternità, ma per farlo vanno riscritte le regole di tutti, senza più demagogia, senza pretendere sempre e comunque dallo Stato. Esempio: come ha scritto Libero ieri, a Napoli ci sono in organico 2075 vigili urbani di cui un quarto è dirigente sindacale, mille a vario titolo possono chiedere di essere esentati parzialmente o totalmente dal lavoro e, a conti fatti, i detentori di qualche legittimo impedimento al lavoro normale sono 2187, ossia un numero superiore rispetto all’organico che è di 2075. Le donne se la prendano con queste storture, non con la Rai & co.

di Maria Giovanna Maglie
per liberoquotidiano.it