re magiSarà la consapevolezza del tempo crudele che vola via, sarà la nostalgia del passato, ma gli anni della giovinezza, con il passare del tempo, ritornano alla propria mente, con maggiore insistenza.

Per la nostra civiltà del benessere e del consumismo, gli usi e i costumi della passata civiltà contadina, dove affondano le nostre radici, e da dove proviene la nostra cultura, fanno parte ormai di un mondo scomparso, sommerso dalla civiltà d’altri popoli arrivata fino a noi con la globalizzazione. Non per questo devono scomparire dalla nostra memoria, anzi bisogna riesumarli e riportarli al loro giusto valore.

Così la festa “di li tri re” (dell’Epifania), una volta prettamente religiosa, oggi si chiama “della befana”, cioè del consumismo e dei regali.
Una volta tale giorno chiudeva tutta la festività natalizia ed iniziava a taglio netto quella “di lu Cannalivaru” (del Carnevale). Infatti, con il detto: “Doppu li Tri Re, olè olè” (dopo l’Epifania, gran divertimento) iniziava il ballo nelle famiglie. Con il Giovedì Grasso, iniziava la vera festa carnascialesca.

Fino agli anni ’60 circa, anni di magra succedutisi alla II Guerra Mondiale, il carnevale era molto atteso da tutta la popolazione, per divertirsi e scrollarsi di dosso i lunghi anni di terrore vissuti durante la guerra. Oltre al ballo in maschera, la festa si allietava con grandi abbuffate principalmente a base di “pasta di casa” e carne di maiale cucinata con ragù a base “sarsa sicca”; per bere: abbondante “vinu di utti”.

In modo particolare erano festeggiati i 5 giovedì antecedenti al Carnevale; in questi giorni i giovani innamorati, che avevano voglia di farsi fidanzati, potevano conoscersi e ballare. Durante il ballo spesso capitava ai giovani non sposati e non impegnati, di fare conoscenze con ragazze e da quel momento sbocciare un amore. Non dobbiamo dimenticarci che intorno agli anni ’40 la vita, oltre al matrimonio e alla procreazione, non offriva altre attrattive; inoltre, in linea generale, erano ancora i genitori a scegliere, a loro insindacabile giudizio, la fidanzata al proprio figlio. La scelta era fatta tenendo conto di tre elementi indispensabili ad un buon matrimonio: “Dote, sirvimentu e mantinimentu”.

Nel primo giovedì, detto “di li vicini”, si ballava in casa d’amici, cui partecipavano le famiglie dei due giovani innamorati.
Il secondo era detto “di l’amici”; naturalmente si ballava, ma per le famiglie dei due pretendenti poteva avvenire anche una “spiegazione” (una certa intesa, un’amicizia intima).
Nel terzo giovedì, detto “di li parenti” si poteva festeggiare l’entrata ufficiale del fidanzamento.
Il quarto giovedì era detto “di li cummari”, poiché il fidanzamento era già avvenuto ed i consuoceri automaticamente diventavano comari e compari.
Il “giovedì grasso”, quinto della serie, dava inizio agli schiamazzi dei mascherati per le strade, con la partecipazione di quasi tutta la popolazione. La maschera, di solito improvvisata con vecchi vestiti riciclati per l’occasione, disinibiva i più timidi ed era complice degli innamorati, che finalmente potevano stringersi durante il ballo, incuranti degli sguardi indiscreti. Si ballava in piazza, nei circoli culturali e ricreativi, nei cinematografi, nel teatro Selinus, nella sala bigliardi; si ballava anche nelle famiglie, ma solo per i parenti e conoscenti.

In una civiltà ancora maschilista, da questo giorno sino alla fine del Carnevale, le donne potevano ballare con altri uomini e parlare e scherzare in maniera poco pulita, appunto “grasso”; inoltre era concesso fare scherzi anche pesanti, che dovevano essere accettati. Si diceva infatti: “Carnevali ogni schezu vali cu s’affenni è maiali”.
Un altro proverbio diceva: “Cu è fissa Cannulivaru o cu ci va appressu?”.
Anche allora, con le stesse modalità di oggi, si leggeva il testamento “di lu nannu” e si bruciava “lu nannu e la nanna”.

(Vito Marino)