Antonio Ingroia“Un tempo le sentenze erano illeggibili perché scritte a mano. Oggi lo diventano perché troppo lunghe. E spesso sono troppo lunghe perché fra i magistrati finisce per prevalere una certa pigrizia nell’elaborazione dei testi, per cui chi scrive finisce per fare un semplice collage delle varie risultanze processuali: interrogatori, trascrizioni di intercettazioni, testimonianze, e così via. E lo fa perché è schiavo del comando elettronico del “copia e incolla” informatico, di cui nessuno sembra saper fare a meno, ma che è strumento insidioso: rende più rapida la stesura del testo, ma danneggia l’elaborazione sintetica, e quindi va a discapito del lettore”.

Ad affermarlo è il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, nell’articolo che sarà pubblicato nel prossimo numero di “I love Sicilia”, il mensile di stili, tendenze e consumi, in edicola da venerdì 30 gennaio. La tecnologia, insomma, se da un lato ci ha migliorato la vita in modo ormai irrinunciabile, dall’altro ci fa anche più schiavi.

“Recente caso emblematico – aggiunge Ingroia – è quello dell’ipermotivato decreto di sequestro della Procura di Salerno nell’ambito del “caso De Magistris”, motivazione che, al di là della vicenda specifica, appare effettivamente di una lunghezza esagerata: più di 1400 pagine! Perché lunghezza esagerata? Soprattutto perché rende più faticoso il compito del lettore, il cittadino che ha il diritto di tenersi informato per esercitare il proprio legittimo controllo sull’esercizio della giurisdizione. E che non ha altri strumenti per esercitare tale controllo diversi dalla lettura delle motivazioni dei provvedimenti giudiziari. Ed allora, occorre che ci diamo tutti una regolata, a cominciare da noi magistrati”.