Sul conto Mignon, intestato all’avvocato di don Vito Ciancimino, Giorgio Ghiron, c’erano movimenti a diversi zeri. Dalle carte di credito riconducibili al figlio dell’ex sindaco di Palermo, Massimo, ogni mese partivano inoltre pagamenti per trentamila euro.

I documenti che ricostruiscono il vorticoso giro di denaro che si muoveva intorno alla famiglia Ciancimino saranno pubblicati nel prossimo numero del mensile “S”, in edicola dal 25 ottobre, che alla “caccia al tesoro” di “don Vito” dedica la copertina. Ma lui, Massimo Ciancimino, si difende. In un’intervista esclusiva ribadisce: “Grandi tesori non ce n’è. Mio padre ci ha lasciato solo un conto corrente. Certo mio padre ci aveva procurato grandi vantaggi, ma anche tanti svantaggi per il cognome che portiamo”.

Poi, però, fa le prime ammissioni: “Chi mi accusa dice che c’era sproporzione tra i miei introiti da venditore di mobili e il mio tenore di vita? Può anche avere ragione. Davanti ai magistrati ho ammesso la partecipazione indiretta di mio padre nella società del metano. Una parte è mia. Mi spettavano 5 milioni e mezzo di euro”.

Il figlio del sindaco del Sacco di Palermo, che sta collaborando con i magistrati, ha fornito una versione inedita sulla trattativa mafia-Stato: secondo lui i contatti sarebbero iniziati prima della strage di via D’Amelio. E proprio sulla stagione delle stragi, nel nuovo numero di “S” arriva una proposta del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: “In un Paese come il nostro, ove vengono costituite Commissioni parlamentari d’inchiesta ad ogni piè sospinto – ricorda -, non si è mai pensato ad una Commissione d’inchiesta parlamentare ad hoc sulla stagione stragista del ’92-’93. Dimenticare quegli anni sarebbe condannarci ad un futuro meno libero e consapevole”.

BIOGRAFIA DI VITO CIANCIMINO

Vito Calogero Ciancimino (Corleone, 10 marzo 1924 – Roma, 19 novembre 2002) è stato un criminale e politico italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana e facente parte di Cosa Nostra.

Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò ragioniere nel 1943 e ricoprì, nella città di Palermo, la carica di assessore comunale ai lavori pubblici dal 1959 al 1964. In questo periodo egli non si oppose al cosiddetto “sacco di Palermo”, una speculazione edilizia che vide le ville liberty della città far posto ad enormi palazzi.

Eletto sindaco di Palermo per la Democrazia Cristiana nel 1970, era insieme al suo predecessore Salvo Lima, il leader siciliano della corrente politica “Primavera”, guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti.


Durante gli anni della speculazione edilizia palermitana, sotto il sindaco Ciancimino, venne emesso il numero record di licenze edilizie, gestite dalla mafia di Corleone ma che risultavano intestate invece a tre persone nullatenenti (cosiddetti prestanome).

Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta lo definisce “organico” alla cosca dei corleonesi: nello stesso anno Ciancimino viene arrestato, e nel 2001 sarà condannato a tredici anni di reclusione per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 1985 la DC lo espulse dal partito, e pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò una ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all’amministrazione comunali: di questi l’ex politico ne consegnò solo sette.

Vito Ciancimino rappresenta la pagina più nera per l’amministrazione comunale di Palermo. I magistrati che indagarono su di lui lo definiranno “la più esplicita infiltrazione della mafia nell’amministrazione pubblica”. [1]