Tony Giorgi è psicologo e psicoterapeuta, gruppoanalista, vittimologo ed è docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. È di oggi la notizia dei 4 giovani arrestati per la violenza nei confronti di una ragazza di Campobello di Mazara. A lui abbiamo posto quattro domande.

Dottor Giorgi, in questi casi la responsabilità può essere addossata interamente sui giovani o è diffusa su altri attori? Quali?

«Durante la fase adolescenziale si affinano sempre più le capacità logiche e di giudizio che permettono di ampliare le prospettive temporali, di accrescere la consapevolezza e il senso di responsabilità: l’adolescente inizia ad aderire ad alcune idee rispetto a ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Una considerazione di fondo è legata al fatto che per poter aderire al alcuni valori ed ideali è necessario che si entri in contatto con tali valori e ideali. Mi riferisco, quindi, alla comunità stessa e al modo in cui questa influenza eventuali condotte disadattive. La comunità può, inoltre, fungere da fattore di rivittimizzazione della persona che ha subìto un eventuale trauma. L’esposizione al social network e alle modalità rapide di condivisione di propri pensieri tramite questi canali costituisce un rumoreggiare che espone spesso la vittima ad ulteriori vittimizzazioni».

Quanto è difficile per una giovane vittima di abusi denunciare?

«Non è mai semplice denunciare un atto violento. Diversi fattori intervengono in queste dinamiche, primo fra tutti il senso di vergogna che si trasforma spesso in senso di colpa. La vergogna per ciò di cui è stato teatro il proprio corpo scivola spesso in senso di colpa per non essere riusciti a sottrarsi ad un evento di tale portata. Questo può essere esacerbato da reazioni comunitarie basate sul rifiuto o sulla colpevolizzazione della vittima e può generare un grave senso di isolamento, inadeguatezza e impotenza».

Come prevenire fatti del genere?

«È importante che la comunità diventi un luogo di protezione e accoglienza rispetto ai vissuti emotivi di chi necessita di supporto, specie di fronte ad eventi traumatici. È necessario che vi sia una responsabilità comunitaria intesa anche come responsabilità di stampa che riconosca la vittima e l’importanza dei fattori di prevenzione in senso comunitario. È necessario, altresì, che si crei una disponibilità reale di risorse relazionali e contestuali in grado di poter offrire delle importanti prospettive di identificazione all’adolescente. È importante che tali prospettive vadano a compensare eventuali prospettive disfunzionali con cui gli adolescenti possono entrare in contatto anche solo casualmente. La presenza di adeguata regolazione emotiva esterna da parte della comunità, di contesti di sana attività corporea e intellettiva, di eventuali gruppi o enti associativi che fungano da contenitore emotivo, rappresenta un insieme di importanti fattori protettivi esterni. Tali luoghi relazionali e fisici possono, nel tempo, essere introiettati come luoghi sani del sé e costituire la base di partenza per una regolazione interna dei propri stati emotivi. Possono costituire una solida base preventiva rispetto al verificarsi di alcuni fatti che generano disagio e possono rivelarsi come ottimi punti di supporto laddove vi siano situazioni traumatiche o di disagio giovanile».

Che fare, in concreto?

«Creare luoghi reali e sani di supporto comunitario come eventuale forma di prevenzione o accoglienza. L’acquisizione di valori e ideali in una società caratterizzata da ciò che Siracusano definisce “povertà vitare” non è cosa semplice. I nostri adolescenti affrontano questa importante fase, caratterizzata da apertura alle potenzialità e alle possibilità di ciò che si potrà essere, in una condizione di perdita delle relazioni affettive, perdita di valori e vuoti di senso esistenziali. A ciò si aggiunge l’enorme investimento nel mondo virtuale a scapito del mondo reale, non più riconosciuto come adeguato alla propria accoglienza».