E se il Bambino del presepe aprisse gli occhi… cosa vedrebbe e cosa direbbe? Riesce difficile immaginarlo, ma forse a Natale giocare un po’ di fantasia aiuta a mettere da parte taluni luoghi comuni affinché i fedeli cristiani si lascino provocare dal mistero dell’Incarnazione. Anzitutto il piccolo Bambino di Betlemme noterebbe la distanza tra la povertà del contesto reale del primo Natale, così bene rappresentata nel presepe, e l’atmosfera godereccia e opulenta che oggi offusca e offende quella ristrettezza. Difficilmente Gesù si adatterebbe a tanto sfarzo di luci colorate, tavole imbandite, regali strabilianti, frenesie spazientite!

Quella notte, infatti, «nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale » (liturgia del tempo di Natale). Adesso, quel silenzio estatico è stato sopraffatto da ben altra musica e da assai diversi interessi. Allora nessuno si accorse di quanto accadeva, perché nessuno sapeva; oggi, i più magari sanno, ma non si accorgono perché hanno altri interessi. Allora, i pastori, creature emarginate, all’annuncio gioioso degli angeli accorsero immediatamente a contemplare e riconoscere il mistero; oggi l’indifferenza nasconde il festeggiato perché non siano stravolti i festeggiamenti. In quel piccolo bambino adagiato in una mangiatoia quei pastori riconobbero il Salvatore, annunciato dagli angeli; oggi, i lineamenti di quel volto sono impressi sui visi dei nuovi Cristi: disprezzati, rifiutati, violentati, espulsi, in un drammatico inveramento del prologo giovanneo: «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv1,11).

È pensabile che, a tal vista, il Bambino del presepe possa lamentarsi più o meno così: Come avete ridotto male il mio Natale! Non mi riconosco in questa sceneggiata! Avete stravolto tutto. Mi usate come pretesto per fare quello che vi pare, barattando il sacro per il profano. Siate seri; chiamate le cose con il loro nome; risparmiatemi questo affronto; se volete spassarvela, almeno lasciatemi in pace! Forse qualcuno si turberà per tanta crudezza, ritenendola inopportuna perché sgretola la poesia del Natale e scuote i buoni sentimenti. Ma di poetico e sentimentale il mistero dell’Incarnazione ha ben poco. Infatti, il Signore Gesù, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr 2Cor8,9).

Di conseguenza, ci chiede che il nostro Natale sia come il suo per rendere gli altri ricchi attraverso la nostra povertà. E questo può avvenire in tanti modi: individuando in tutti i volti i lineamenti di Gesù; purificando i linguaggi; soccorrendo le diverse forme di povertà; accompagnando chi è solo; prendendosi cura di quanti sono rifiutati. Così il Bambino di Betlemme tornerà a nascere davvero, senza essere costretto «a chiudere quegli occhi amabili nel fosco orror» (canto tradizionale). E il suo sarà il nostro Natale nella forma più vera, senza surrogati dolcificanti!

Domenico, Vescovo