Era il 1966 e con il trasferimento a Trapani da Lentini, dove aveva svolto le funzioni di pretore, Giovanni Falcone cominciò la sua carriera professionale che si sarebbe interrotta a Trapani, nel luglio del 1978, per l’attribuzione dei nuovi incarichi a Palermo dove fu presto impegnato nella trincea dell’ antimafia e in prima linea contro Cosa Nostra e la schiera di complici dei «mammasantissima» siciliani.

Personalmente non posso avere ricordo per evidenti questioni anagrafiche di com’era il Giovanni Falcone di Trapani, mi sono affidato in questo ad una grande penna del giornalismo, il bravo e superlativo Francesco La Licata. Falcone lo conosciamo già a Trapani uomo attaccato al lavoro, fedele servitore delle istituzioni, finito presto nel mirino di potenti di varia natura quando ha cominciato a scoperchiare diverse pentole, «era un corpo estraneo in una società che si contrabbandava per sana», annota La Licata, lo fu a Trapani e continuò ad esserlo a Palermo. La Trapani del 1978 non risulta diversa nel tessuto sociale rispetto a quella di oggi, oggi come allora è tenuta insieme da interessi eterogenei e non tutti moralmente condivisibili.

A Trapani il giudice Falcone fece di tutto, si occuperà di indagini sulle cosche mafiose incontrando la mafia quando ancora le cronache e gli atti giudiziari erano pure restii a chiamarla per il giusto nome, a riconoscerne una gratinica integrità, il termine Cosa Nostra non risultava scritto in nulla, figurarsi pronunciato. Trapani ricorda Falcone per una pure grande pagina di coraggio, per essere stato ostaggio di un terrorista nel Carcere di Favignana, quando svolgeva le funzioni di magistrato di sorveglianza, ma a Trapani risulta rimossa la circostanza di quel processo contro una delle più feroci bande mafiose dell’epoca qualla di don Mariano Licari, un processo che la mafia già allora potente riuscì a non far svolgere a Trapani dove resta viva quell’ansia di allora, di negare l’evidenza. Ieri – periodo mica tanto lontano, era il 1985 – un sindaco diceva che la mafia a Trapani non c’era, oggi si nega l’esistenza di complici dei mafiosi. Quello che accadde con il processo a don Mariano Licari «gli servì a capire – scrive ancora La Licata – quanto dura sarebbe stata la strada per una buona giustizia, gli servì a comprendere come dagli accertamenti patrimoniali potevano arrivare i riscontri alle accuse e in questo contesto conobbe quanto potenti potevano essere i condizionamenti».

La «descrizione» della Trapani di allora non è diversa da quella di oggi, c’è una città che si prospetta non sempre in modo lucido dinanzi ad una mafia che ha avuto grandi capacità invasive, dentro ogni dove, anche in Tribunale. I processi perchè estremamente lenti quando si è riusciti ad incardinare non sono stati per decenni una punta di eccellenza nel Palazzo di Giustizia che fu anche di Giovanni Falcone e di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, o ancora di Carlo Palermo e di altri magistrati lungimiranti come Dino Petralia o Salvatore Barresi che giovanissimi si ritrovarono a fare i dirigenti anziani di un ufficio decapitato dagli scandali per i procuratori rimossi (Lumia) e i sostituti procuratori arrestati (Costa), Palazzo di Giustizia dove ci sono stati “magistrati ragazzini” come Luca Pistorelli, Gabriele Paci e Andrea Rovida, cui spettò il compito di sdoganare processi dimenticati, vecchia mafia, massoneria deviata, guerre di mafia, e condurre i Tribunali e le Corti di Assise verso le giuste condanne, Tribunale dove oggi vivono magistrati come Andrea Tarondo che coadiuvato da Polizia e dalla Squadra Mobile del vice questore Giuseppe Linares ha snidato la corruzione dentro gli uffici pubblici, scoperto le compliticà con la mafia, fatto condannare gli ultimi due più potenti capi mafia della città, Vincenzo Virga e Francesco Pace, rilevato le collusioni tra mafia e politica. Oggi rispetto a quel 1978 c’è di diverso che le sentenze arrivano quasi in tempo reale rispetto all’accadimento dei fatti di reato, accade però che di queste sentenze pochi se ne ricordano e pochi sono pronti ad esaltarle. I politici collusi con la mafia spadroneggiano con tanto di bene placet e non suscitano vergogne. E come ha sottolineato il pm Tarondo a conclusione di un processo può incredibilmente accadere che quando la mafia a Trapani sembrava sul punto di essere sconfitta, si è messa in discussione la presenza di uomini indiscutibili fedeli servitori dello Stato, come l’ex prefetto Fulvio Sodano, al Governo Berlusconi (ministro dell’Interno Pisanu, sottosegretario D’Alì), “raccomandato” dai mafiosi per essere trasferito. E si scopre così che la città di Falcone come oggi è quella di magistrati come Tarondo o investigatori come Linares, non ha ancora grandi capacità ad indignarsi. «Segnali tangibili – dice il giudice Piero Grillo presidente dell’Anm a Trapani – ci dimostrano una inversione di tendenza anche in sede locale, con la creazione di seri sbarramenti nei confronti dei comitati di affari che occupano le istituzioni, ma attenti alle illusioni perniciose è compito di tutti non abbassare la guardia pronosticando facili vittorie, quando la sconfitta della mafia è ancora lontana e necessita della fattiva collaborazione di ogni componente della società civile».

Sedici anni dopo la strage di Capaci è l’amarezza che ci sovrasta: per avere perduto gli uomini più importanti della lotta alla mafia, i magistrati Giovanni Falcone, esattamente il 23 maggio del 1992, e Paolo Borsellino, cui toccò la stessa sorte e lo stesso attentato il 19 luglio del 1992, è amaro dovere contare una infinita serie di morti ammazzati una vera guerra civile, ed oggi si è costretti a dare ragione a ciò che Falcone diceva e cioè che era, ed è, la «normalizzazione» il nemico vero da battere.

Le indagini giudiziarie e le analisi dei fatti dimostrano che la nuova Mafia è ormai un’associazione a delinquere capillare a livello internazionale che dispone di un super latitante come Matteo Messina Denaro ma anche di cervelli lucidissimi e di una organizzazione manageriale. Non porta più coppola e lupara, veste in giacca e cravatta, e ce lo dicono i giovani che non sono nè stupidi nè disattenti come a Trapani ha mostrato di essere parlando in prefettura Maurizio Miceli presidente della Consulta degli Studenti, che ha colto bene il senso delle cose ricordando agli adulti che loro sono gli artefici di cattivi esempi e che dai giovani tengono in prestito il loro futuro. Adulti che impersonano mafiosi che sanno usare il computer portatile, creare imprese e spostare capitali, che controllano pacchetti di voti e manipolano il consenso. Una lettura attenta e onesta della nostra recente storia nazionale dimostra ampiamente che non può essere ragionevolmente messo in discussione il dubbio di infiltrazioni mafiose nelle strutture dello Stato, in Sicilia come nel resto della penisola, ma eppure sentiamo spesso chi su ciò solleva dubbi e se la prende con i «professionisti dell’antimafia» e non con i boss. Non sempre nitida appare la capacità degli apparati dello Stato, Istituzioni, enti locali, amministrazioni, imprese, di emarginare le sue parti malate, di fare pulizia.


Oggi la lotta alla mafia fatta con la sola cattura dei latitanti sarebbe incompleta senza snidare per intero gli inquinamenti e le collusioni, senza impedire che si creino forme di compromissione, biosgna far si che sempre meglio – lo diceva il procuratore Gian Carlo Caselli – «l’antimafia della repressione s’intrecci con l’antimafia delle opportunità e dei diritti». In provincia di Trapani restano normali le cose che tali non dovrebbero essere: Cosa Nostra che riscuote le quote di adesione che sono altra cosa rispetto al racket, chi serve le istituzioni è costretto a vivere blindato, l’antiracket non raccoglie adesioni perchè la mafia domina ancora parte dei territori, i politici che dovrebbero essere espulsi dalla politica, fanno invece eleggere sindaci e deputati e scelgono candidati. Non indigna nessuno, da destra a sinistra, passando per il centro, che un ex sorvegliato speciale ex deputato regionale Pino Giammarinaro, cresciuto all’ombra degli esattori Salvo, latitante perchè accusato di mafia, assolto per una leggina che a processo aperto portò fuori dal dibattimento i verbali di accusa di alcuni pentiti, faccia politica, incontri presidenti di Regione, sottosegretari e parlamentari, faccia eleggere deputati e proponga nuovi sindaci, e stazioni quasi giornalmente sotto la palazzina dell’Asl di Trapani a incontrare una serie di questuanti.

Ho scoperto, ancora e non poteva essere altrimenti grazie a Francesco La Licata, che Falcone era stato un attento lettore di un vero eroe del nostro Paese e della sotria del Risorgimento, Giuseppe Mazzini. E allora immagino Falcone come sia rimasto fedele ad un insegnamento, «la vita è missione, il dovere la sua legge suprema». Richiamo attuale, che spero valga sempre per molti, ma non deve più accadere che lo Stato contro la mafia opponga uomini soli pure se dotati di grande coraggio e immensa intelligenza.

Rino Giacalone
Giornalista de La Sicilia