esperidi intimidazioni

«Abbiamo sempre lottato la mafia a viso aperto. Ci siamo sempre posti dalla parte della legalità e continueremo a farlo anche se ora abbiamo paura. Fare la nostra parte per l’affermazione della legalità ci ha comportato dovere subire continue ritorsioni.

Non sappiamo come difenderci e non vogliamo fare la fine di Libero Grassi, nè essere una lapide davanti alla quale organizzare tristi ricorrenze».

Marinella e Katya Amodeo, figlie dell’imprenditore alcamese Giuseppe Amodeo, che ha proprietà e attività lavorativa, come “Esperidi park hotel”, a Castelvetrano e che negli ultimi mesi è stato vittima di numerose intimidazioni, l’ultima delle quali risale a mercoledì notte, raccontano con angoscia il difficile momento attraversato dalla loro famiglia.

Ieri lungo il perimetro dell’hotel “Esperidi”, che sorge lungo la Statale 115 per selinunte, hanno rinvenuto tracce di sangue che sembrerebbero di un animale ferito, quest’ultimo, però, non è stato trovato. Da aprile 2014 è una escalation di attentati. In momenti diversi sul retro dell’albergo i malviventi in due case hanno tirato via e distrutto le basole in marmo e le tegole che ricoprivano il tetto e poi hanno tagliato i fili elettrici che azionavano un motorino con il quale veniva tirata l’acqua da dei pozzi artesiani, distruggendoli dopo avervi lanciato dentro proprio il motorino. Inoltre, hanno appiccato il fuoco a un capannone industriale in costruzione e la scorsa settimana alla veranda di una casa di via Seggio.

Giuseppe Amodeo era stato arrestato nel 1998, ma dopo 6 mesi era stato rimesso in libertà «per il venir meno di qualsivoglia indizio». Da una decina di anni, secondo quanto emerso da alcune indagini, collaborerebbe con la Squadra Mobile e di recente su un quotidiano nazionale sono state pubblicate sue pesanti dichiarazioni contro il latitante Matteo Messina Denaro fatte agli inquirenti nell’ambito dell’indagine che riconduce all’operazione “Eden II”. Negli anni ha subito tre volte il sequestro dei beni (valore 50 milioni di euro) dissequestratigli poi per due volte per “mancanza di presupposti”.

Siamo vittime di un errore giudiziario – concludono Marinella e Katya Amodeo -. L’ultimo sequestro di beni risale al 6 dicembre 2013. Il 14 agosto scorso il pm Tarondo, ha chiesto il dissequestro poichè non ci sono i presupposti per il sequestro, ma ad oggi non è stato adottato alcun atto. Ci sentiamo vittime da un lato della mafia e dall’altro dello Stato.

Al fianco dell’imprenditore, assistendolo anche legalmente oltre che dandogli piena solidarietà, si è schierata “LiberoFuturo”, la prima e unica associazione antiracket e antiusura sorta lo scorso anno in città.

Margherita Leggio
per La Sicilia