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Sul noto quotidiano britannico “The Guardian”, la scorsa settimana, è stato pubblicato un articolo sulle vicende che vedono coinvolta la figura tristemente più nota della città di Castelvetrano, un marchio indelebile, che non riusciamo a scrollarci di dosso, Matteo Messina Denaro.

Ma si parla anche del desiderio di riscatto, di quella parte sana del paese che desidera cancellare l’imprinting di “cittadina di mafia”, non è sfuggito infatti all’autorevole giornalista Tom Kingtom, il gesto di Elena Ferraro titolare della clinica Hermes di Castelvetrano.

Qualche mese fa, dopo gli arresti dell’operazione Eden, Tom ha ritenuto doveroso raccontare e far conoscere al mondo intero che a Castelvetrano esistono esempi di persone comuni, che senza essere etichettati eroi ma solo in quanto meritevoli di aver compiuto “normali gesti di legalità”, hanno guardato in faccia il corrotto sistema criminale ed hanno detto “NO”.

Tom Kingtom è stato in Sicilia lo scorso mese di marzo ed oltre ad incontrare Elena, nei locali della clinica a Castelvetrano, ha incontrato anche il magistrato Teresa Principato, il prof. Tonino Vaccarino ed il colonnello Giuseppe D’Agata della Direzione Investigativa Antimafia,

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Ecco invece la traduzione in italiano | realizzata da Tommaso Giuga (TweetPress)

Questa mattina, da qualche parte nella Sicilia occidentale, il killer mafioso più ricercato d’Italia si sarà svegliato nel suo rifugio dorato e dopo essersi connesso probabilmente a Facebook, avrà letto le pagine dei suoi fan che onorano il suo coraggio, la sua astuzia e lo status di Robin Hood che molti siciliani gli riconoscono.

“Cosa Nostra lavora per i poveri e gli oppressi, cercando, a suo modo, di correggere gli errori”, afferma una pagina che celebra il suo nome, senza tuttavia spiegare esattamente in che modo la mafia corregga tali “errori” .

“Vuoi sapere cosa meglio riassume la personalità di Matteo Messina Denaro? – dice un investigatore veterano della lotta alla mafia. “E’ la lettera che scrisse a un collega padrino in cui parla della polizia e in cui rivendica: “Questo Torquemada demente non potrà mai fermarmi”. Il punto è che l’uomo crede di essere nel giusto. Crede di non essere un criminale.”

Se Messina Denaro, l’ultimo dei famigerati boss latitanti della Sicilia, si sente a suo agio utilizzando il nome del capo dell’Inquisizione spagnola del 15° secolo, è il riflesso della parte colta di un criminale che ha usato la sua intelligenza tagliente per evitare una retata della polizia per 21 anni. E’ rimasto in libertà dopo che capi dei capi di Cosa Nostra, del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano hanno evitato l’arresto per decenni, sono poi stati finalmente catturati.

Vedendosi come filosofo, eroe popolare e seduttore seriale, Messina Denaro, 51 anni, ha apparentemente mantenuto il suo stile di vita lussuoso e mantenuto una serie di amanti dopo essersi dato alla macchia due decenni fa. Andò a nascondersi dopo aver preso parte alla campagna di attentati della mafia siciliana nei primi anni 1990, in cui morirono magistrati e innocenti in Sicilia, Roma e Firenze.

Oggi, l’uomo che ha affermato “ho riempito un cimitero tutto da me” e che ha preso come suo soprannome Diabolik, dall’imprendibile protagonista criminale di un fumetto italiano, è ricercato per più di 50 omicidi ed è tra i 10 criminali più ricercati del mondo. Un recente “photofit” mostra un uomo di mezza età con freddi occhi sbarrati.

Ma nonostante le vecchie voci per cui godrebbe della protezione della polizia e della politica, la rete si sta finalmente stringendo. Gli investigatori hanno sequestrato investimenti sospetti effettuati da Messina Denaro in centri commerciali, imprese di distribuzione alimentare, parchi eolici e agricoltura, investimenti così ampi che è difficile dire dove l’economia della Sicilia occidentale si ferma e inizia il suo impero.

Quattro mesi fa, la polizia ha arrestato 30 affiliati e familiari, presumibilmente parte della fitta cerchia di sostenitori di Messina Denaro che hanno finanziato e gestito la complessa catena di “postini” utilizzati per il contrabbando di pizzini, da e verso i suoi nascondigli. La cattura più importante è stata quella di sua sorella, Patrizia Messina Denaro, 43 anni, accusata di gestire il denaro frutto delle estorsioni per alimentare la vita di suo fratello in fuga.

“Per capire Matteo, si dovrebbe incontrare la sorella”, ha detto un secondo investigatore, che è come gli altri a caccia di Messina Denaro e che può parlare liberamente solo se garantito dall’anonimato. “Lei è aggressiva, determinata e felice di usare il suo cognome per spaventare le vittime di estorsione. Era il suo primo arresto, e anche se non ha detto molto, era insolente e comunicava con gli occhi, che è una cosa tipicamente siciliana.”

La notizia della reazione del fratello alla repressione è arrivata a gennaio da un informatore. Messina Denaro, è stato detto, era alla ricerca di una quantità tale di esplosivo da allestire uno spettacolare attentato dinamitardo contro il magistrato di Palermo che conduce la caccia su di lui, Teresa Principato. Prendendo sul serio la minaccia, la polizia ha aumentato le pattuglie attorno l’abitazione del magistrato – un appartamento in un bellissimo palazzo antico nel labirinto di strade che si dipana tra la cattedrale di Palermo del 12° secolo e il palazzo di giustizia, edificio d’epoca fascista.

Elegantemente vestita di nero nella sua stanza dal soffitto alto, circondata da oggetti d’antiquariato, la Principato non sembra turbata dalla notizia di un possibile attentato alla sua vita, gettando la cenere di sigaretta in un posacenere d’argento che era stato collocato strategicamente su un tavolino da una cameriera pochi secondi prima di entrare nella stanza.

“Matteo Messina Denaro è particolare perché rappresenta sia la vecchia che la nuova mafia”, ha detto, sedendosi sul divano.” Come i vecchi mafiosi, vede la mafia come uno stato superiore, che coinvolge pochi eletti che sono degni di onore. Ha fiducia solo in coloro che sono vicini a lui. Ma è anche moderno, non è Bernardo Provenzano” dice ancora la Principato. Nel 2006, dopo 43 anni di latitanza, l’ottantenne capo di Cosa Nostra è stato catturato in un casolare isolato in Sicilia, dove viveva come un monaco, mangiava ciò che gli agricoltori locali gli portavano e leggeva la Bibbia.

“Messina Denaro non è persona che vive in paese mangiando cicoria. La sua è una vita dorata”, ha spiegato la Principato. “E’ un avido, uno spietato, un money-maker, che si impegna in qualsiasi attività commerciale che dà profitto – e i suoi metodi funzionano.”

I recenti sequestri di immobili e di aziende che si sospetta siano fonti di sostentamento per Messina Denaro danno un’idea di come questi metodi abbiano funzionato, a cominciare dalle imprese coinvolte nei preparativi per le gare di Coppa America a Trapani nel 2005, all’impero da € 1,5 miliardi di Vito Nicastri, il cosiddetto “signore del vento”, che ha costruito parchi eolici vicino alla casa di città di Messina Denaro a Castelvetrano. Presumibilmente agendo come un trait d’union tra boss della mafia locale e politici corrotti, Nicastri avrebbe assicurato tutti i permessi necessari, per poi costruire e consegnare parchi eolici funzionanti – per un totale di almeno 250 turbine – ad operatori spagnoli, danesi e maltesi, con profitti che sono poi entrati nelle tasche di Messina Denaro.

Imprese di costruzione del valore di € 550 milioni appartenenti al magnate delle costruzione Rosario Cascio e € 700 milioni in proprietà e altri business sono stati confiscati a Giuseppe Grigoli, i cui negozi al dettaglio e le cui catene di distribuzione avrebbero ripulito i fondi di Messina Denaro. I pubblici ministeri hanno anche chiesto l’autorizzazione al sequestro dei beni dell’imprenditore Carmelo Patti, ex proprietario dei villaggi vacanze Valtur, accusato dai pentiti di essere un presta nome di Messina Denaro.

“Presto, Messina Denaro avrà il nulla intorno a lui”, ha detto Giuseppe D’ Agata, il capo dell’avamposto Palermitano della task force antimafia del Ministero degli Interni, la DIA, che riunisce in Italia varie e spesso in competizione forze di polizia. Il team ha sede presso la nuova sede della DIA, un ex villa di campagna costruita da un emigrato ebreo a Palermo nel 19° secolo e ora inserita tra palazzoni torvi nella periferia ovest della città. Nel parco auto, un funzionario ricorda con orgoglio l’ultimo sequestro del clan Messina Denaro: una Fiat 500 biancoperla con sedili in pelle rossa sequestrata alla sorella, che sarà ora utilizzata per le indagini in borghese delle pattuglie di polizia.

Poichè la politica della terra bruciata attorno a Messina Denaro ha eliminato i soldi di cui ha bisogno per mantenersi in movimento, gli investigatori sospettano che sia rimasto vicino a Castelvetrano. Proprio come i boss della ‘ndrangheta calabrese che vivono in bunker sotterranei sotto le loro città d’origine, Messina Denaro sa che un vero e proprio Capo Clan, deve rimanere vicino alla propria base.

Una città di 35.000 abitanti, dove gli agricoltori locali vendono i finocchi e cavolfiori nei bagagliai delle proprie auto agli angoli delle strade. Castelvetrano sembra pulita e ben tenuta, nonostante le sue stradine intasate dal traffico e qualche casa crollata nel terremoto del 1968.

Le Forze dell’ordine riportano bassi livelli di microcriminalità, nonostante, o più probabilmente perché, la città è stata nella morsa della famiglia Messina Denaro per decenni, sin dai tempi del boss mafioso padre di Matteo, Francesco, morto in clandestinità nel 1998. Alla sua morte, il cadavere vestito elegantemente è stato fatto trovare alle autorità, già pronto per la sepoltura.

In qualità di promettente capo mafia, già nel 1980 il giovane Matteo si era ritagliato un’immagine sfavillante tra i contadini, guidando una decappottabile, vestendo Versace, Armani e indossando orologi Rolex Daytona. Per dimostrare che nulla avrebbe fermato le sue conquiste romantiche, ha ucciso un direttore d’albergo che aveva protestato per la sua relazione con una segretaria austriaca. Ma Messina Denaro ha anche mostrato di non avere guanti di velluto con le donne: dopo aver ucciso un boss rivale, ha strangolato la fidanzata incinta dell’uomo.

Nel 1993, era pronto a unirsi alla guerra totale di Cosa Nostra contro lo Stato italiano, collaborando con il famigerato assassino Giovanni Brusca per montare bombe e fare pressione sui politici così da annullare il nuovo regime di carcere duro per i mafiosi. Nel 1993, Messina Denaro era il cervello dietro l’attentato dinamitardo alla galleria degli Uffizi di Firenze, che ha distrutto dipinti di Rubens e Giotto. Secondo Brusca, a Messina Denaro era stato dato il compito di scegliere gli obbiettivi grazie alla sua conoscenza dell’arte.

Messina Denaro è stato anche parte della banda che nel 1993 rapì Giuseppe di Matteo, l’undicenne figlio di un vecchio pentito. Hanno tenuto il ragazzo prigioniero per più di due anni per convincere il padre a non testimoniaree alla fine lo strangolarono.

Da allora Messina Denaro divenne latitante. Ebbe una figlia nel 1995, cresciuta a Castelvetrano. Un anno dopo, pur vivendo nell’anonimato alla periferia di Palermo, in un appartamento fornito dai boss locali, iniziò una relazione con una donna che sceglieva i videogiochi più recenti da portare al suo amante.” Donkey Kong 3 è appena uscito e non posso aspettare che sia messo in vendita”, scrisse in un messaggio. Da allora si pensa che Messina Denaro si sia spostato tra appartamenti e ville forniti da una rete di fedelissimi, preferendo stare vicino alla gente piuttosto che arroccato su una collina come Provenzano .

Un investigatore disse che il numero di persone utilizzate per contrabbandare i pizzini di Messina Denaro – alcuni dei quali non avevano idea di cosa stessero portando o a chi – hanno reso difficile rintracciarlo.

“E’ come Bin Laden”,è stato detto. “Non ha alcun contatto diretto con il suo gruppo e l’uso della tecnologia è limitato. Non utilizzava il telefono cellulare o il computer più di una volta: i satelliti non possono vedere un pizzino e un drone non sarebbe in grado di seguire nessuno lungo stretti vicoli. Le intercettazioni sono difficili quando i sospetti parlano sulla spiaggia, negli oliveti o nei cimiteri, ma non lo sono quando parlano in casa.”

Così come perla compagnia femminile, Messina Denaro è noto per la compagnia costante di una guardia armata.” Ci si può sempre aspettare una feroce sparatoria qualora la polizia dovesse finalmente raggiungerlo”, ha detto un ex investigatore.

Ma secondo l’unico uomo di Castelvetrano che ha comunicato con lui negli ultimi dieci anni e che è pronto a parlare, Messina Denaro è un uomo in cerca di affetto.

Antonino Vaccarino, un arzillo, occhialuto sessantottenne, oggi gestisce un piccolo cinema nella città, ma una volta ne era il sindaco, prima di essere incarcerato per cinque anni per associazione mafiosa – sulla base, sostiene, di false accuse fatte da un pentito. I giudici d’appello lo assolsero dall’accusa per poi confermarla per di traffico di droga, “solo per giustificare la mia prigione”, dice.

Appena fuori di prigione, nel 1997 è stato avvicinato dai servizi segreti italiani per un progetto. Avrebbe dovuto coltivare i rapporti con il clan Messina Denaro, con l’obiettivo di avvicinarsi a Matteo e convincerlo a coinvolgerlo nei suoi affari. Dopo essersi ingraziato la famiglia per tre anni, Vaccarino ha ricevuto il suo primo pizzino, portatogli dal marito della sorella di Matteo, Patrizia. “Messina Denaro ha scritto che si sarebbe firmato come ‘Alessio’ nelle lettere future e io mi sarei chiamato Svetonio”, ha ricordato Vaccarino.

Raggiunta la sua scrivania all’interno del suo ufficio sopra il cinema, Vaccarino prende un post-it rosa e lo ripiega più volte. “Questo è un pizzino e viene avvolto nel nastro adesivo, quindi non c’era modo di aprirlo senza vederlo e talvolta impiega mesi prima di essere recapitato.”

Una volta consegnati i pizzini, Vaccarino ha detto di averli portati a Roma per aprirli con un team di funzionari dei servizi segreti. “Avevo proposto di realizzare un’impresa commerciale, invece sono diventato una sorta di confessore” ha detto. “Abbiamo discusso di filosofia, di religione e della sua famiglia, in particolare di sua figlia, che non aveva mai incontrato.”

Messina Denaro ha scritto che il suo rispetto per Vaccarino derivava da un incidente risalente a quando era un ragazzo di 12 anni e Vaccarino, che all’epoca ne aveva circa trenta, lo vide in un negozio e gli diede i soldi per un acquisto. “Il fatto che mi aveva riconosciuto mi fece sentire importante”, ha scritto.

Dopo oltre quattro anni di corrispondenza, il fuggitivo scrisse di rimpiangere il non essere andato all’università e che era diventato un avido lettore, citando il romanziere brasiliano Jorge Amado e lo scrittore francese Daniel Pennac.

Mentre la maggior parte dei boss della mafia sostengono di essere religiosi (Provenzano teneva un tono pastorale con i suoi corrispondenti e i suoi pizzini erano talmente pieni di riferimenti biblici che gli investigatori pensavano che li usasse per una sorta di codice), Messina Denaro ha dichiarato che il cattolicesimo lo lasciava indifferente. “Io non sfido la morte “, ha scritto, “le do semplicemente calci in testa, perché non ho paura di essa. Non è per coraggio, è perché non ho amore per la vita, e dopo la vita non c’è nulla.”

La corrispondenza subisce un’improvvisa battuta d’arresto nel 2007. Dopo l’arresto di Provenzano l’anno prima, la polizia, leggendo la sua collezione di pizzini trova lettere di Messina Denaro in cui si dubitava di Vaccarino. La notizia della corrispondenza tra il proprietario del cinema ed i servizi segreti era trapelata.

L’ultima lettera ricevuta da vaccarino giunse per posta normale. “Avete gettato la vostra famiglia in un inferno”, scrisse. “In mia assenza, qualcuno verrà a saldare il debito per me.” Questa volta si firmò “Matteo Messina Denaro “.

Sette anni dopo, Vaccarino è ancora vivo. Vive a Castelvetrano nonostante la minaccia e ha indotto tra le spie della mafia il sospetto di non essere mai stato del tutto onesto circa la sua relazione con Messina Denaro, anche se i due schermi sulla sua scrivania che mostrano immagini in diretta a circuito chiuso dei vicoli intorno al suo ufficio suggeriscono che Vaccarino è ancora preoccupato che Messina Denaro possa venire a fargli visita.

Vaccarino a parte, a Castelvetrano sono in pochi a riferirsi a Messina Denaro chiamandolo per nome, preferendo per di più l’appellativo: “il fuggitivo”.

“C’è una zona grigia qui dove le persone felicemente parlano di difendere la ‘legalità’, per poi sostenere privatamente la cultura mafiosa, e che vedono Messina Denaro come un Robin Hood che rappresenta il popolo, “ha detto il preside locale Francesco Fiordaliso, che ha avuto incediate la sua auto e la scuola in cui lavorava tempo fa, a causa della sua posizione antimafia. “La gente sussurra il suo nome, ma la sua presenza è tangibile”, ha aggiunto Fiordaliso, la cui scuola è frequentata dalla figlia di Messina Denaro.

Ciò che è chiaro è che negli ultimi 20 anni Messina Denaro ha continuato a concentrare le sue attività su Castelvetrano e la Sicilia occidentale, piuttosto che cercando di mantenere intatta la mafia siciliana. Cosa Nostra nel frattempo ha lottato come una federazione di mandamenti o gruppi locali. Nel mese di gennaio è stato rivelato che Riina era in collera con Messina Denaro per essersi concentrato sul proprio cortile di casa , mentre Cosa Nostra era alla deriva.

Durante una conversazione in prigione con un altro mafioso, intercettata da microfoni nascosti, un ottantatreenne ex capo mafia ha detto che da giovane, Matteo gli era stato affidato da suo padre per essere iniziato alla vita di mafia. Ma ora, ha detto, Matteo è diventato troppo ossessionato dal fare soldi con le turbine eoliche e con rabbia ha consigliato al suo ex protetto di “muovere il culo”.

Molti residenti di Castelvetrano, al contrario, non potrebbero essere più in disaccordo. “Possa Il Signore tenerti in buona salute a lungo, con amore”, recita un anonimo messaggio indirizzato a Messina Denaro, stampato l’anno scorso a grandi lettere su un muro di una strada fuori città.

Invece di pretendere il pizzo, Messina Denaro si è concentrato sul sostentamento delle imprese locali, assicurando che si arricchissero sulle opere pubbliche grazie alle offerte stabilite da funzionari corrotti, per poi appoggiarsi su di loro ottenendo il finanziamento per i suoi nascondigli.

Al di là della linea ferroviaria, vicino al casello autostradale di Castelvetrano, il presunto prestanome di Messina Denaro, Giuseppe Grigoli gestore di una catena di supermercati in Sicilia occidentale, ha aperto un nuovo centro commerciale intelligente, in cui sono impiegati centinaia di abitanti e dove un negozio di abiti femminili è stato presumibilmente utilizzato dai mafiosi per le riunioni.

“Un centro commerciale a Castelvetrano è un segno di ricchezza – sembrava di essere quasi in America”, ha detto Giacomo Di Girolamo, autore di The Invisible, un libro su Messina Denaro. Secondo Principato, le imprese edili legate alla mafia di Castelvetrano sono state anche in grado di ottenere subappalti per la costruzione di un nuovo McDonald vicino al centro commerciale.

Oggi, dopo la confisca dell’impero di vendite al dettaglio di Grigoli, il centro comemrciale è stato consegnato agli amministratori del governo e senza il sostegno mafioso, il volume d’affari è drasticamente sceso verso il basso. In una sera d’inverno di quest’anno, una manciata di clienti passeggiavano su e giù nell’atrio del centro commerciale, guardando una mostra di dipinti sulla Madonna e il Bambino.

“Incredibilmente, quando i responsabili del governo sono andati in banca per rintracciare le tracce dei crediti aperti per il centro commerciale, sono stati respinti ” ha detto Di Girolamo.

“Quello che si sente tutto il tempo in città e che si legge sui blog: è come la mafia dia lavoro e il governo lo porti via”, ha detto Francesco Garofalo, membro di Libera, l’associazione nazionale che insegna come combattere la mafia e inviare volontari per lavorare nei campi confiscati dalla mafia. “Ci sono persone qui che vorrebbero vedere Messina Denaro sindaco”.

Secondo Principato, Messina Denaro ha anche sostenitori in ambienti molto in alto. “Che abbia amici nella polizia ci è stato confermato da varie fonti” ha detto. “Non ne abbiamo mai trovati, ma abbiamo tanti informatori che ne hanno parlato. Abbiamo visto persone che sapevano dove erano stati collocati i microfoni, abbiamo visto sospetti entrare nelle stanze e rimuovere le cimici”.

Una manciata di politici e poliziotti italiani sono attualmente sotto processo, accusati di essere entrati in trattative segrete con Cosa Nostra 20 anni fa per fermare la campagna di attentati. E’ probabile che alcuni preferiscano che Messina Denaro non venga arrestato perchè vi è il rischio che potrebbe dire alla polizia quello che sa.

Messina Denaro è presumibilmente protetto da potenti massoni nella città portuale di Trapani, nei pressi di Castelvetrano, dove i magistrati che indagavano sui legami tra mafia e massoneria lo scorso anno, hanno ricevuto minacce di morte anonime e scoperto delle microspie nel loro ufficio.” A Trapani, la mafia e la massoneria sono strettamente legate”, ha detto la Principato.

L’ex capo della squadra mobile Giuseppe Linares è stato una spina nel fianco di Messina Denaro a Trapani per anni, arrestando un certo numero di suoi sostenitori. Scosso, Matteo ha scritto a Provenzano nel 2004 di aver perso il controllo della vicina città di Marsala. “Al momento non abbiamo nessuno, sono tutti dentro, anche i sostituti dei sostituti dei sostituti” ha scritto. “Entro la fine dell’anno arresteranno così tante persone che non avranno più nulla da arrestare, tranne le sedie”.

Ma Linares è stato trasferito a Napoli nel 2013, presentando domanda in parlamento sugli effetti disastrosi che la mossa potrebbe avere su una qualsiasi reale possibilità di trovare Messina Denaro. Nel frattempo, a Palermo una guerra tra tra magistrati non ha aiutato la caccia all’uomo. L’anno scorso Principato stava investigando su un estorsore sospetto, Leo Sutera, che si riteneva fosse in contatto con Messina Denaro, quando venne arrestato in una retata su ordine di un altro magistrato. “Eravamo molto vicini, dopo due anni e mezzo di risultati eccezionali”.

Principato ha ottenuto una pausa nel mese di dicembre grazie ai 30 arresti che hanno garantito un premio importante e senza precedenti: un cugino che voleva parlare. Lorenzo Cimarosa, il titolare di un’impresa di costruzioni, ha rivelato nuovi dettagli circa le società controllate da Messina Denaro, aggiungendo che Patrizia ha agito come un ufficio di smistamento per i pizzini da e per suo fratello. Recentemente, ha detto, aveva consegnato 60.000 € per mantenere Messina Denaro solvente.

“La mia famiglia e io siamo stanchi di arresti, condanne e confische di beni che sopportiamo a causa di Matteo Messina Denaro, che pensa solo a se stesso”, ha detto il Cimarosa agli investigatori.

“Questo non è mai accaduto prima all’interno di quel cerchio”, ha detto Principato.” Creerà più fratture in un gruppo compatt “. La Rottura di Cimarosa con le regole di omertà sembra premiare la politica dei sequestri patrimoniali, che hanno tagliato il flusso di cassa di Messina Denaro e lo hanno costretto a spremere i suoi sostenitori per trovare i fondi.

“Se Messina Denaro cessa di essere utile ai colletti bianchi – gli imprenditori apparentemente puliti e i politici che lo appoggiano – sarà la fine per lui”, ha detto Di Girolamo.

Tornando a Castelvetrano, ci sono i primi segni di una ribellione della base, a partire da Elena Ferraro, 35 anni, che ha fatto la storia nel mese di dicembre, diventando la prima imprenditrice locale a resistere alla famiglia Messina Denaro. Due anni fa, Mario Messina Denaro, cugino di Matteo, ha visitato Ferraro presso un centro medico privato per proporre uno schema che gli avrebbe permesso di incanalare denaro attraverso la clinica. Ferraro , un laureato in filosofia che vive con i suoi genitori, si è rifiutato, ma Messina Denaro è ritornato. Non ha mai minacciato esplicitamente. “Sono molto attenti , ma c’è un linguaggio che usano: sanno dove sei, sanno quali sono le tue abitudini”, ha detto Ferraro.

In un’occasione, Ferraro ha chiesto che diritto avesse Messina Denaro di esercitare pressione su di lei . “Non credo che fosse abituato a parlare alle giovani donne” ha detto.” Così rispose: ‘Io sono il capo di tutti.’ Ero terrorizzata”. Tuttavia, andò alla polizia.

Ferraro trascorre il tempo tra i pazienti nella sala d’attesa della clinica e ogni mattina sorseggia caffè nella stanza accanto, dove altri bevono cappuccini, “curtigghiando” in dialetto e masticando arancini.

Da quando Mario è stato arrestato grazie a Ferraro – era tra i 30 arrestati nel mese di dicembre – queste visite giornaliere al bar sono diventate atti di coraggio, dal momento che è gestito dal fratello di un arrestato per trasporto dei pizzini di Matteo Messina Denaro.

Ma se i clienti notano l’ingresso di Ferraro, sono ben attenti a non dimostrarlo. “Continuo ad andare lì perché io sono determinata non cambiare nulla della mia vita” ha detto. “Il giorno dell’arresto di Mario, erano tutti estremamente cortesi e il proprietario mi ha detto: Il caffè lo offriamo noi.”

Ferraro ha detto anche che dopo l’arresto alcuni abitanti avevano eliminato addirittura l’amicizia su Facebook con lei. “Ma una donna mi ha fermato per strada in lacrime dicendomi: Grazie, ci avete liberati”.

La prossima tappa verso la libertà sarà la cattura di Matteo Messina Denaro, che stasera andrà a dormire da qualche parte nella Sicilia occidentale, possibilmente a Castelvetrano, esercitando la stessa cautela che ha impiegato per due decenni nel rimanere un passo avanti alla polizia.

“L’arma migliore contro Messina Denaro è la sua volontà di ferro e il suo enorme ego” ci ha detto un investigatore. “In definitiva Denaro non si preoccupa della sua famiglia, non si preoccupa nemmeno della mafia. Tutto ciò che conta per lui è non essere catturato. Ciò che conta per noi è catturarlo aspettando, un errore da parte sua o il tradimento di uno dei suoi sostenitori.”

E quando ciò accadrà, la polizia sarà pronta.