“Si-Cura…Mente donna” è un progetto ambizioso promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in collaborazione con l’UCIIM nazionale, nell’ambito delle azioni di “prevenzione e contrasto alla violenza alle donne anche in attuazione della Convenzione di Istanbul”.

Sono coinvolte 9 regioni d’Italia con 38 Istituzioni Scolastiche, di cui 5 nella regione Sicilia: la D.D. 2° Circolo R. Settimo  di Castelvetrano, l’I.C. Margherita di Navarra e l’I.C. Guglielmo II di Monreale, il Liceo Classico Santi Savarino e l’I IS Danilo Dolci di Partinico, Coordinatrice Nazionale del progetto la Dott.ssa Chiara Di Prima e, per la Regione Sicilia, la Dott.ssa Tiziana Termini.

Il Progetto individua la Scuola come luogo idoneo per generare il cambiamento culturale in termini di prevenzione e sensibilizzazione alla violenza di genere.

Sabato 15 febbraio, presso il Liceo Santi Savarino di Partinico, si è svolto il Campus formativo per gli studenti peer educator della Rete di scuole della Sicilia.

Gli alunni hanno lavorato sul tema della prevenzione della violenza di genere divisi in 6 laboratori esperienziali, condotti da esperti di pregio:Giovanni Lo Monaco per Teatro, Maristella Panepinto per Giornalismo,Giuseppe Puleo per Cortometraggio, Elisabetta Pia per Role Playing, Daniela Balsano e Giovanni Ferraro per Scrittura creativa, Lavinia Caminiti per Fotografia. Un laboratorio formativo, condotto da Caterina Spezzano, è stato dedicato ai docenti tutor del Progetto.

Un’esperienza e una modalità innovativa in full immersion, che ha prodotto lavori di particolare originalità a servizio di tutte le scuole e dei diversi territori.  

Gli alunni  frequentanti le classi  terze del 2° Circolo R.Settimo coinvolti nel progetto, fatto ritorno a scuola,  hanno liberamente  espresso le proprie considerazioni  in merito all’esperienza vissuta, esprimendo grande sensibilità e maturità, nonostante la loro tenera età.

Azzurra, della classe terza E, espone con molta enfasi quanto ha appreso durante lo svolgimento del laboratorio di scrittura creativa: “ Mi sono sentita catapultata in un mondo adulto, dove purtroppo non ci sono solo cose belle. Ho appreso  la parola femminicidio e questo mi ha coinvolto particolarmente perché sono una FEMMINA. Mi sono resa conto che conoscere è importante per evitare che queste violenze accadano ancora e che proprio noi bambini  dobbiamo coltivare e diffondere la cultura della non violenza”.

Sara, sempre della classe terza E , nella sua riflessione scrive: “ Io sogno un mondo in cui gli uomini non picchiano le donne e in cui le donne  abbiano il coraggio di denunciare alle forze dell’ordine  quello che subiscono  per proteggere la propria vita e quella dei propri figli” ;“ noi siamo il futuro e per evitare la violenza bisogna conoscerla in ogni sua forma

Karol, della classe terza D, impegnata nel laboratorio di fotografia, racconta di aver apprezzato molto questo modo diverso di lavorare che le ha permesso di  capire  un argomento così importante in modo pratico e  quasi giocoso. “ Mi hanno colpito– dice-  le parole di un ragazzo di scuola secondaria di primo grado che si è vergognato di essere un maschio e ha fotografato un buco,  perchè  in quel momento si sentiva un buco nero pensando a quello che gli uomini sono in grado di fare quando sono arrabbiati”.

Omar, della classe terza C, felice  di aver partecipato a questa esperienza  dice : “ sono orgoglioso di avere avuto la possibilità di partecipare a questo campus per l’importanza dell’argomento trattato ed inoltre  confrontandomi  con ragazzi più grandi  ho potuto  riflettere su temi complicati ma  importanti per la mia crescita”.

Gli alunni della classe terza A impegnati nel laboratorio di cortometraggio, ricordano con grande gioia il clima di amicizia e collaborazione che subito si è creato nonostante la differenza di età all’interno del gruppo.

Anita, in particolare,  afferma: “ Nonostante siamo abituati a fare video con la nostra insegnante, farlo con professionisti è stato molto entusiasmante e parlare di violenza con un linguaggio multimediale ha lasciato un segno profondo”.

Jada invece dice: “ Mi sono sentita protagonista in ogni fase di lavoro grazie alla professionalità dei tutor che ci hanno accolti nel gruppo dandoci delle  chiare e semplici direttive per poter collaborare al meglio tra di noi”.

Gli insegnanti  coinvolti  nel  laboratorio di formazione metodologica,   sperimentando personalmente attraverso svariate tecniche (role playng, circle time…),  affermano che  questo nuovo modo di insegnare sia ciò di cui hanno bisogno le nuove generazioni  perché già durante questa  breve esperienza sono stati in grado di diventare realmente peer educator dei loro pari, riportando in classe l’esperienza vissuta con dovizia di particolari e con una chiara presa di coscienza riguardo un argomento così delicato.

L’efficacia e l’efficienza della proposta progettuale rimanda alla necessità di una formazione integrata e multidisciplinare e  per rendere fattibili i percorsi, si prevede un modello  che miri alla long life training rispetto ai diversi aspetti che afferiscono al fenomeno della violenza di genere e pertanto le azioni del progetto proseguiranno con diversi momenti di formazione fino alla fine dell’anno scolastico  attraverso l’attività degli alunni peer educator che replicheranno le azioni all’interno della scuola.

Grande soddisfazione esprime la Dirigente prof.ssa  Maria Luisa Simanella:

Entrare a far parte di questa rete di scuole è un motivo di orgoglio, non solo per la scuola, ma per l’intera comunità; la  violenza di genere è un tema molto delicato e per essere affrontato con i bambini sono necessarie delle dovute precauzioni  che sono garantite grazie alla   metodologia utilizzata dai tutor  all’interno del progetto.

L’attivazione dei laboratori esperienziali e  la  peer education  offrono  un modo per avvicinarsi a trattare questi argomenti con i bambini ,  in uno scenario sicuro e si avvale dell’influenza dei pari in modo positivo: a  differenza di facilitatori adulti, gli educatori tra pari hanno uno ‘status paritario’ con i coetanei e quindi possono ottenere una maggiore fiducia e credibilità. I Peer educator  hanno riferimenti culturali condivisi, usano lo stesso linguaggio  e possono capire meglio i loro sentimenti, pensieri ed esperienze. Attraverso  questa metodologia  si conferisce anche  una maggiore responsabilità ai bambini, offrendo  loro la possibilità di diventare agenti del cambiamento, di ottenere una più profonda comprensione delle questioni sulla violenza di genere, nonché sviluppare le capacità che serviranno per tutta la vita, come la fiducia, parlare in pubblico, il lavoro di squadra, la capacità di comunicazione e la capacità di ascolto. Partecipando a questo progetto, gli alunni, sin da piccoli,  iniziano a comprendere che il cambiamento sociale è possibile e che possono utilizzare le loro nuove conoscenze e competenze per apportare le modifiche che vogliono vedere in sé stessi e nel loro ambiente”.