«È davvero un’idea ben riuscita». L’effetto che ai visitatori fa vedere ricostruito il Tempio Y, al Baglio Florio del parco archeologico selinuntino, non lascia spazio a delusioni.

E appena aperta, la mostra “Tois Theois”. Selinunte e le forme della fede: architettura e riti dall’età arcaica all’ellenistica”, registra già un picco di visite. Tanto che tra venerdì e sabato le circa 1.500 presenze giornaliere, italiane ed estere, non hanno perso l’occasione di ammirare i nuovi reperti esposti, dopo il completo restauro dello stabilimento ottocentesco che domina la collina sulla foce del fiume Modione.

Ma tra le teche che custodiscono i ritrovamenti più recenti, dal vaso corinzio, alle lucerne, alle punte delle frecce, alle tegole, portati in buona parte alla luce dal team italo-americano dell’Institute of Fine Arts dell’Università di New York, con la guida dai professori Rosalia Pumo e Clemente Marconi, a catturare lo sguardo è fin dall’entrata la ricomposizione parziale del Tempio Y, andato distrutto non si sa quando né per quale motivo. Il tutto nato da un’intuizione del professor Dieter Mertens, oggi direttore emerito dell’Istituto germanico di Roma (Dai).

Foto di Gianni Polizzi

Di fronte alle tre imponenti colonne sormontate dalle piccole metope, anch’esse rinvenute tra le pietre delle mura lungo la porta nord del sito dopo essere state riutilizzate per rinforzare le fortificazioni, la prima reazione è quella di mettere mano allo smartphone o alla fotocamera, in modo da catturare immediatamente lo stupore di fronte ad un pezzo unico proveniente dal VI secolo avanti Cristo. Ognuno si ritrova conquistato dal fascino di un tempio rimesso in piedi, in seguito a studi specifici, nonostante ad oggi non si sappia nemmeno bene dove sorgesse. A fianco del Tempio di Hera, innalzato nuovamente quasi sessant’anni fa, o all’interno dell’Acropoli?

In mezzo alle tante voci e alle lingue che risuonano sotto le volte del Baglio Florio, in maggioranza francesi e tedesche, chiare arrivano prima di tutto quelle di una coppia, proveniente da Torino. Moglie e marito sono particolarmente colpiti dai bassorilievi che compaiono sulle metope del frontale, e la prima parola – in risposta alla domanda sulle sensazioni provate – è: «Meraviglia».

«È stata davvero una cosa intelligente ricostruire quello che era emerso di questo tempio, sarebbe bello che anche gli altri siti archeologici compissero operazioni di questo genere, così da permettere quando possibile a tutti di vedere realmente le costruzioni com’erano nell’antichità», esclamano all’unisono i due torinesi, senza dimenticare di fare un cenno «tra l’altro alla bellezza dell’intera ambientazione».

Foto di Gianni Polizzi

 

Lo dicono alzando il naso verso gli archi acuti dell’edificio in cui è ospitata la mostra voluta dal Enrico Caruso, direttore del Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa, che a sua volta aveva dichiarato: «La mostra che stiamo inaugurando è un punto di partenza».

Poi è il turno di una signora, al seguito di un gruppo organizzato, pure lei con l’obiettivo del cellulare puntato in direzione del Tempio Y, che ci dice: «Da dove veniamo noi non si trovano mica di queste cose». Cioè da quale città? «Da Mantova. Dobbiamo fare tanta strada per potere vedere una cosa tanto bella».

Peccato solo che non tutti si fermino alla semplice ammirazione, senza resistere alla voglia di toccare anche solo di sfuggita ciò che resta di questi massi millenari, che di certo non possono essere ingabbiati sotto una protezione di plastica.

Peccati veniali, i quali comunque non sfuggono allo sguardo delle persone addette alla sorveglianza, che inoltre spiegano la storia dei tesori esposti qui. Anche loro coscienti del fatto che siano parte del passato e del presente di tutta una terra.

Alessandro Teri
per Giornale di Sicilia

Foto di Gianni Polizzi