Il tutto condito con le telefonate tra la nave e la capitaneria, uscite da chissà dove e grazie a chi, ma sempre pronte alla bisogna. L’effetto si è subito sentito, ferocemente amplificato, nelle piazze mediatiche dei social network, dove il sangue virtuale scorre con grande facilità e soddisfazione per tutti.Vadabbordocazzo, l’urlo telefonico di De Falco, è diventato il grido di guerra degli eroi feisbucchiani che gragniuolvano (vi piace il neologismo?) giulivi sulle loro tastiere con furia e con sdegno un tanto a riga.La ciliegina, ovviamente, ce l’ha messa Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, che in materia non si fa mancare nulla, quando ha tratteggiato un arzigogolato parallelo tra Schettino e Berlusconi, sulla base che entrambi hanno cominciato la loro carriera sulle navi da crociera ed entrambi hanno fatto naufragio, l’uno con la Costa, l’altro con l’intero Paese.

Ecco scodellato ai lettori del Fatto un surrogato per la corsa all’odio da troppo tempo in surplace. Badate bene, non sto facendo un discorso sulle persone: è possibile che Schettino sia il peggiore dei criminali e De Falco un santo senz’aureola; quello che colpisce è la capacità del nostro carattere nazionale nel raccontarsi fole auto consolatorie e purificatrici e di trasfigurare la realtà perché si accomodi al nostro gusto estetizzante (non estetico) e moralistico (non morale).

Ma entrambi sono vittime della voracità del nostro immaginario collettivo: De Falco inseguito da torme di giornalisti microfonati che gli chiedono a macchinetta: “Cosa si prova a essere un eroe?”; e Schettino sottoposto al waterboarding mediatico di tutti i talk a disposizione e anche di più.Non sorprende quindi che la notizia della scarcerazione del comandante della Costa in favore degli arresti domiciliari abbia scatenato reazioni da malebolgie sui giornali e su internet. Schettino a casa rovina tutta la sacra rappresentazione, rompe il paradigma mostrificante e mette in gioco l’idea balzana che ci sia bisogno di un processo vero e magari anche – dio ci scampi – di una difesa.

Anche giornalisti normalmente accorti su questi temi, come il direttore del Tempo, Mario Sechi o quello di Europa, Menichini sono rimasti delusi. Il primo si augurava che il comandante rimanesse in carcere a meditare “senza distrazioni” sulle sue colpe, dimenticando che le colpe vanno prima accertate, anche quando sono sotto gli occhi di tutti (soprattutto quando sono sotto gli occhi di tutti, perchè nessuno vede tutte le altre).

Il secondo sostiene che in questo caso il garantismo non deve essere scomoda la condanna l’hanno già emessa giornali, tivvù, internet e tutti cittadini esemplari del Bel Paese. Benissimo, ci possiamo pure stare; ma allora, in tempi di crisi, ecco dove tagliare: sciogliamo la magistratura e smettiamola di disturbare il garantismo che costa caro.