Che il territorio di Salaparuta fosse florido e vocato all’agricoltura lo scriveva già agli inizi dell’anno mille Muhammad al-Idrisi, il geografo arabo alla corte di Ruggero II a Palermo. Fertile e produttiva, «località ricca di terre da semina e con abbondante produzione di latte e burro» definiva Salaparuta. E proprio in quel territorio – dove poi nacque l’abitato di Salaparuta, distrutto dal terremoto del 1968 – insisteva il casale di Sala donne, “Sala di Madonna Albira”, che viene citato nell’elenco, per la prima volta, con la redazione nel 1296 del registro dei feudatari, sotto il regno di Federico d’Aragona. Il signore dell’epoca era “Domne Henricus Abbas” di Trapani che aveva ottenuto il “Castrum Salae, con torre”, quale dote matrimoniale. Quel castello era appartenuto alla famiglia della moglie madonna Alvira di Giovannuccio di casa Aversa (Arbes), abitante a Mazara del Vallo. Ora la storia di quella Madonna Albira, di cui non esistono immagini, ha ispirato la nuova etichetta “Lalbira” di Mandrarossa, un Catarratto in purezza “Salaparuta doc” che verrà presentato al prossimo Vinitaly a Verona. L’etichetta, in anteprima, è stata fatta conoscere alla stampa a palazzo Bonocore di Palermo.
Una donna che sbuca fuori la torre del castello e i cui capelli lunghi finiscono sui vigneti e poi, sulle punte, si trasformano, come per magia, nel fiume Belìce: questa l’immagine in etichetta che farà parte delle “storie ritrovate” (la grafica è Nancy Rossit). A questo studio che racconta il territorio ha collaborato l’architetto Giuseppe Verde di Salaparuta. Si deve a lui la ricerca storica sui testi antichi e quel legame tra vino e territorio. «Dell’antica torre del castello rimangono alcuni resti nel vecchio abitato di Salaparuta – racconta Giuseppe Verde – poi del casale non vi è più traccia». Al Vinitaly saranno presentate le prime bottiglie di questo vino la cui prima annata è 2025. Al Catarratto cantine Settesoli guarda con particolare attenzione: «In Sicilia ci sono 30 mila ettari di Catarratto, penso che la Regione dovrebbe intestarsi un progetto di valorizzazione di questo vitigno», ha detto Giuseppe Bursi, presidente di Settesoli.
L’architetto Giuseppe Verde e il presidente Giuseppe Bursi.