“Il motivo per il quale le polemiche più violente si abbattono sui magistrati che si occupano di politici, anziché su quelli che si occupano di politica, è terribilmente semplice: i primi sono quelli che fanno paura perché rischiano di diventare un modello virtuoso per i cittadini, i secondi sono più rassicuranti”.

Nelle riflessioni pubblicate nel prossimo numero di “S”, il magazine in edicola da sabato 21 giugno, il sostituto procuratore presso la Dda di Palermo Antonio Ingroia analizza in questi termini la nomina nella giunta Lombardo di due magistrati, Massimo Russo e Giovanni Ilarda.

“Agli occhi del cittadino – scrive Ingroia – il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo. Il che non significa non avere idee, né non avere idee politiche. Ogni cittadino le ha e ha diritto ad averle”. Per il magistrato palermitano, dunque, è “il momento di pensare a regole condivise che trovino una consacrazione in norme legislative o regolamentari”. Con un paio di argomenti-cardine: “L’inopportunità di candidarsi nel medesimo territorio ove si è esercitata fino a quel momento una funzione giudiziaria”, “la delicata questione di incarichi politici non assunti sulla base di un’investitura da parte dei cittadini-elettori, ma in virtù di una designazione fiduciaria (è il caso, ad esempio, dei due neoassessori regionali), un caso in cui i profili di inopportunità crescono” e “il rientro in magistratura dopo avere svolto un mandato politico”.

D’altro canto, Ingroia ricorda i rischi delle accuse di “politicizzazione” rivolte ai magistrati: “Sono state per lo più strumentalmente utilizzate per colpire i magistrati che facevano il loro dovere sino in fondo, senza sconti per nessuno, in aderenza al principio costituzionale di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge – scrive il pm -. Si tratta di uomini che furono prima denigrati dalla ‘Palermo bene’ e poi uccisi dalla mafia come il procuratore Gaetano Costa e i giudici Falcone e Borsellino”. Anche perché, secondo Ingroia, le accuse malcelano una speranza: “In Sicilia – annota – circolavano veleni su Paolo Borsellino, accusato di volersi procurare un sicuro approdo nell’attività politica, proprio perché un magistrato che stesse preparandosi una carriera politica era più rassicurante, mentre un personaggio limpido come Borsellino per la Sicilia di quei tempi era quasi eversivo”.

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