islam

Insegno storia in una seconda liceo e, come è ovvio, devo fare i conti con un manuale politicamente corretto.

Parlando dell’Islam, ad esempio, esso sostiene che il velo alle donne non è un obbligo coranico e, dunque (notate la finezza del ragionamento!), non è vero che quella religione predica la discriminazione femminile, come se fosse il velo a fare la differenza e non tutto quello che è scritto nelle sure dettate da Maometto.

Valga per tutte la sura IV, detta al-Nisā (delle donne), la quale al al versetto 34 così recita: Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.

E ancora, nel versetto 228 della sura II leggiamo: Le donne divorziate osservino un ritiro della durata di tre cicli, e non è loro permesso nascondere quello che Allah ha creato nei loro ventri, se credono in Allah e nell’Ultimo Giorno. E i loro sposi avranno priorità se, volendosi riconciliare, le riprenderanno durante questo periodo. Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini sono superiori.

Allah è potente, è saggio. Benissimo, dunque Dio non ha comandato alle donne di portare il velo, ma in compenso ha comandato loro di obbedire agli uomini e a questi di batterle!

Passando poi all’espansionismo musulmano, l’ineffabile autore dice che in fondo esso fu un bene, che in Sicilia, tutto sommato, i cristiani erano felici di pagare una tassa per professare la loro religione e che (addirittura !) era loro consentito anche di poter lavorare.

Da siffatti manuali apprendiamo poi che, mentre l’Europa gemeva nell’oscura barbarie, la civiltà araba era nello splendore. Dai numeri “arabi” ai logaritmi, tutto quel che comincia per al- (algebra, alchimia, alcool, albicocca, alfano…!) lo dovremmo all’Islam. Non solo: dato il millenario contrasto tra Roma e Bizanzio, gli europei poterono conoscere l’antica sapienza greca solo ritraducendola dall’arabo.

Qualche anno fa, un libro di Sylvain Gouguenheim, docente di storia medievale all’Ecole Normale Supérieure di Lione (Aristote au mont Saint-Michel: les racines grecques de l’Europe chrétienne, ed. Seuil), ha però ribaltato tutto: fu la presa di Costantinopoli, nel 1453, da parte dei turchi a far fuggire in Europa una valanga di intellettuali greci, che fecero conoscere i classici al mondo latino. Il libro ha creato scalpore perché contesta l’idea che si debba moltissimo all’Islam, sostenendo che, invece, non gli si debba proprio niente.

Al di là dello scandalo mediatico (l’autore fu sottoposto in Francia a una specie di linciaggio politicamente corretto), il filosofo francese Rémi Brague ha cercato di riequilibrare il giudizio (in un saggio tradotto da A. M. Brogiper «Vita e Pensiero», gennaio 2009). In effetti, c’è ancora chi pensa che la prima università al mondo sia stata quella di Fez, la Qarawiyin, fondata nell’859 (dunque, le università non sarebbero un’invenzione della Chiesa). In realtà, essa era una cosiddetta moschea “generale” (jâmi’a: termine che designa, sì, le università nel mondo islamico, ma solo nell’evo contemporaneo) e vi si insegnava l’esegesi coranica, le tradizioni sul Profeta, il dirittoi slamico (fiqh) e quel tanto di “scienza” che serviva a calcolare i nomi di Allah e la direzione della Mecca.

Una leggenda da sfatare riguarda la famosa «casa della sapienza» di Baghdad (IX secolo): i traduttori dei testi greci in arabo erano quasi tutti cristiani nestoriani ed essa era «innanzitutto per uso interno, per la precisione una sorta di fucina di propaganda a favore della dottrina politica e religiosa sostenuta dai califfi dell’epoca, in particolare il mu’tazilismo». Un altro mito concerne l’iberico Al-andalus, mito nato più che altro per astio antispagnolo.

«Si è cominciato con la “leggenda nera” sulla conquista del Nuovo Mondo. Diffusa dagli scrivani al soldo dei concorrenti commerciali di spagnoli e portoghesi, tra cui la Francia, consentiva loro di legittimare la pirateria di Stato (detta “guerra corsara”)».

Per quanto riguarda la dominazione musulmana in terra iberica, il mitico Al-andalus, più che una coesistenza armoniosa «era un sistema paragonabile all’apartheid sudafricano», a tutto danno di ebrei e cristiani. La prima traduzione in latino del Corano la fece Pietro il Venerabile, abate di Cluny, nel XII secolo, ma si dovette attendere il XV e il cardinale Nicolò Cusano perché quel testo fosse studiato (e l’avvento della stampa, un secolo dopo, perché fosse conosciuto). Dunque, scarsa o nessuna “osmosi” tra le due culture.

Le arti visive (pittura e scultura) del mondo greco transitarono in Europa senza intermediazione araba, perchél’Islam vietava le immagini (anzi, l’eresia iconoclasta nel mondo bizantino fu dovuta al “contagio” della fortissima pressione islamica). Dice Brague che «dell’eredità greca è passato attraverso l’arabo solo ciò che riguardava il sapere in matematica, medicina, farmacopea, eccetera. In filosofia (…) solo Aristotele e i suoi commentatori». Ma tutto il resto dovette attendere i «manoscritti importati dagli eruditi bizantini che fuggivano dalla conquista turca». E «tutto il resto è nientemeno che la letteratura greca»: Omero, Esiodo, Pindaro, Eschilo, Sofocle, Euripide, Erodoto, Tucidide, Polibio, Epicuro, Platone, Plotino, Ermete Trismegisto, «arrivati da Costantinopoli alla Firenze dei Medici, dove Marsilio Ficino tradusse in latino tutte le loro opere».

I passaggi precedenti non sono che «una goccia d’acqua in confronto all’inondazione rovesciatasi sull’Europa a partire dal XV secolo. Essa ha riguardato tutto ciò che era disponibile in greco. E’ sfociata in una vera ellenomania durata parecchi secoli, dal Rinascimento italiano agli umanesimi e classicismi di tutta Europa». Ancora: «L’ellenismo in terra d’islam ha riguardato solo individui come i “filosofi” (falâsifa),intellettualmente dei geni ma socialmente dei dilettanti privi di collegamenti istituzionali. Solamente in Europa ha assunto la forma di fenomeno».

Di più:«Solo in Europa si è imparato il greco in maniera sistematica» e lo si è fatto diventare addirittura «materia obbligatoria nell’insegnamento secondario». Del resto, non ci si può appropriare del sapere senza prima esserne divenuti capaci, senza essersi resi ricettivi in tal senso, cosa che l’Europa fece (rinascita giuridica, sulla scia della Lotta per le Investiture; rinascita letteraria con s. Bernardo, filosofica con s. Anselmo, riscoperta del diritto romano grazie alla Chiesa): «lo dimostra la stessa ricezione di Averroè».

Infatti, «dopo la caduta degli Almohadi ai quali era stato legato, il suo ambiente d’origine lo dimenticò in fretta» ma «l’Occidente ha raccolto quel gioiello dalle “pattumiere” dell’islam». Brague si chiede infine se, in ognicaso, sia davvero giusto parlare di “debito”. L’Europa ha ricevuto dalla Cina la seta, il tè, la porcellana e la carta (quest’ultima attraverso il mondo arabo, come i numeri e lo zero, nati in India), e dalle Americhe il granturco,il tabacco, il cioccolato. Ma «nessuno si sognerebbe di dire che abbiamo un debito nei confronti degli aztechi, e tanto meno che dobbiamo parlare con infinito rispetto dei sacrifici umani che praticavano, per il solo fatto che mangiamo i pomodori». Insomma, non è vero che la civiltà occidentale non deve nulla a quella islamica. E’ anche vero, tuttavia, che non le deve granché. Solo che, con l’aria che tira, non è politicamente corretto dirlo, e i manuali si adeguano!

La verità – riconosciuta dalla stessa università Quaid-i-Azam di Islamabad – è chel’insieme del mondo arabo-musulmano ha tradotto in dieci secoli meno opere letterarie straniere di quelle che la Spagna ha tradotto ai giorni nostri in un solo anno! Censura politica e religiosa, mancanza di curiosità, disprezzo per ciò che si fa altrove, tutto si combina per trasformare la cultura in un vasto ghetto volontariamente separato dal resto del mondo. Se attorno all’anno Mille, l’arabo si poteva considerare una lingua scientifica, oggi non si può praticamente più insegnare nessuna disciplina in arabo e le lauree delle università del mondo musulmano non valgono il foglio di carta sul quale sono scritte.

Lo stesso insegnamento delle naterie sportive – nelle università tunisine e algerine, ad esempio – avviene in francese o in inglese. Le università pubbliche e, salvo eccezione, private del Pakistan vengono definite dagli stessi professori di quel paese «delle rovine intellettuali» e le loro lauree non valgono molto. Secondo il Consiglio pakistano per la scienza e la tecnologia, i pakistani sono riusciti a registrare solamente otto brevetti internazionali in 57 anni. È praticamente impossibile trovare un nome musulmano sulle riviste scientifiche.

Il contributo dei musulmani alla scienza pura e applicata,misurata in termini di scoperte, pubblicazioni e brevetti, è trascurabile. La dura verità è che la scienza e l’ Islam sono andati ciascuno per la propria strada da secoli. In breve, l’esperienza scientifica musulmana ha un’età dell’oro dal IX al XIV secolo, poi una lunga eclissi, una modesta rinascita nel XIX secolo e infine, negli ultimi decenni del XX secolo, si apre un fossato apparentemente invalicabile tra Islam da una parte e scienza e modernità dall’ altra: Questo fossato, a quanto pare, non fa che allargarsi, se è vero che un imam, ai giorni nostri, può impunemente e senza scandalo insegnare che la terra sta ferma e il sole le gira intorno.

di Francesco Saverio Calcara