[di Antonino Di Maio] Ho osservato con piacere il dibattito che si è sviluppato recentemente intorno alla figura del Filosofo Giovanni Gentile sia all’interno del Vostro quotidiano, sia negli spazi virtuali online.

Giova preliminarmente osservare che l’acquisizione di nuove forme di circolazione del sapere e di conoscenze scientifiche può costituire utile apprendimento per la collettività, a condizione che ciò sia subordinato ad un impiego consapevole degli innovativi mezzi di comunicazione nella sfera digitale.

Il confronto tra le opposte opinioni costituisce oggi un valore aggiunto nell’ambito della società contemporanea, nonché un diritto fondamentale conquistato con il sangue dal Movimento partigiano durante la guerra di Liberazione dal Nazifascismo ed oggi sancito dall’art. 21 della nostra Costituzione.

Dispiace però constatare che il nobile esercizio del diritto di critica politica venga sempre più svilito e sostituito con la denigrazione gratuita e con gli insulti (“imbecilli”) o con la riemersione di aforismi vetusti (“la mamma degli imbecilli è sempre incinta”), frutto di una visione anacronistica della società oltre che espressione di una malcelata insofferenza verso le altrui posizioni.

Si deve tristemente osservare che l’infelice termine “imbecille” denota l’offesa alle qualità morali e intellettuali altrui e rimanda all’impiego di un lessico volgare in cui la demonizzazione dell’avversario tende a sostituirsi frequentemente con la ragionevole dialettica politica.

Ritengo sia giusto, anche per rispetto dei Lettori che seguono questo Giornale, non rispondere alle pesanti insinuazioni che mi è toccato leggere nei giorni scorsi su presunte patenti di “imbecillità” affibbiate a tutti coloro che avevano precedentemente espresso, a mezzo social network, alcune considerazioni critiche sulla figura di Giovanni Gentile, tra cui il sottoscritto. Me lo impone la mia formazione politica e culturale, perché sfruttare un quotidiano od un blog per insultare indirettamente terzi non è bello.

Colgo invece l’occasione per riflettere pacatamente, in vista del 25 aprile 1945, su una delle fasi storiche più tristi del nostro Paese, ovvero sul clima d’odio e di intolleranza eretto a regola durante la Dittatura fascista che si articolò non soltanto nella persecuzione degli oppositori politici ma anche nell’impiego della Cultura quale strumento di propaganda, nonché mezzo di seduzione intellettuale delle masse e prassi oppressiva estesa persino a quei fascisti “timidi”, che cioè non esprimevano una posizione chiara e diretta su talune questioni o non mostravano un sostegno entusiastico al Regime.

Ne fa fede proprio un breve saggio di Giovanni Gentile, intitolato “Non mormorare”, redatto per il Corriere della Sera dell’1 aprile 1931 e raccolto nel Volume XLVI curato da H. A. CAVALLERA, Politica e Cultura, Firenze, Casa Editrice Le Lettere, 1991, pp. 68-72, in cui il Filosofo, rivolgendosi agli Italiani fascisti (perché quelli antifascisti erano già stati uccisi, esiliati o condannati e detenuti in carcere), raccomandava di proferire a voce alta i propri pensieri ed il proprio sostegno al Partito (fascista), senza nascondersi nell’invettiva anonima o nel mormorio, atteggiamenti identificati quali alibi alla codardia individuale e da reprimere senza alcuna compassione.

Ebbene, oggi più che mai in uno Stato costituzionale di diritto non si può (e non si deve) tacere sulla complessità della figura storica di Giovanni Gentile, Filosofo dell’Attualismo, Direttore scientifico dell’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, fautore della (elitaria) Riforma dell’Istruzione, ma anche entusiasta anima culturale del Regime fascista, autore del famoso Discorso agli Italiani in Campidoglio del 24 giugno 1943 per la prosecuzione della guerra al fianco dei nazisti ed aderente (con qualche titubanza) alla Repubblica Sociale Italiana.

Orbene, vi è chi potrebbe agevolmente ribattere affermando che in quel tragico periodo storico non vi era altra scelta se non quella di obbedire ciecamente e chinare il capo dinanzi alla Dittatura.

In realtà, vi furono molti Italiani che percorsero una diversa via, molto più complessa e rischiosa, che consistette nel non abiurare le proprie idee e nel combattere per i propri ideali anche a costo della vita.
Potrei citare le migliaia di persone comuni che salirono sulle montagne e lottarono con gli Alleati per la Liberazione del suolo patrio dal giogo nazifascista, senza cartolina precetto e con il rischio, allora alto, di essere catturati, uccisi e bollati quali traditori della Patria (di quale Patria poi? quella delle Brigate nere di Pavolini, dei responsabili della strage delle Fosse Ardeatine e degli eccidi di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto, quella descritta ed esaltata da Giovanni Gentile nel suo esemplare scritto “Non mormorare”?).
Mi preme poi ricordare tra gli intellettuali non organici al potere Antonio Gramsci, pensatore e comunista eretico, critico dello Stalinismo e del Togliattismo, che non rinunciò mai ad opporsi e pagò con la prigionia e la morte in carcere per malattia (aggravata dalla superficiale assistenza sanitaria), perché secondo la Giustizia dell’epoca bisognava impedire a quel cervello di funzionare.
Sulla base di tali riflessioni, l’istituzione di una Norimberga italiana per i crimini di guerra e le molteplici attività di collaborazionismo con le forze dell’Asse compiute dai maggiori responsabili del disastroso conflitto mondiale avrebbe forse avuto un suo senso logico per una serie di ragioni che mi permetto di esporre.
In primo luogo, l’elaborazione di un sistema di Giustizia penale avrebbe consentito una più celere individuazione delle responsabilità dei principali gerarchi del Fascismo ed un maggiore chiarimento (in peius ma anche in meius, perché no?) dell’ambigua posizione di quanti, in seno ai massimi vertici, prestarono la loro adesione, a titolo materiale o morale, alla creazione di quel clima oscurantista di generale ottundimento delle coscienze dinanzi all’imminente tragedia della guerra.
Inoltre, tale scelta sarebbe stata maggiormente compatibile con i Principi fondamentali oggi sanciti dalla nostra Costituzione ed avrebbe comportato la sostituzione del perpetuo rancore e dell’eterno regolamento di conti con l’Idea di Giustizia, marcando ancora più profondamente la distinzione tra chi combatté per la libertà rispetto a coloro che impugnarono le armi, spesso costretti dal Bando Graziani, pena la fucilazione, o sedotti dal più bieco fanatismo ideologico.
Un’occasione persa, Egregio Direttore, che poteva contribuire a sanare una ferita storica ancora aperta e costituire il degno coronamento di quel Secondo Risorgimento repubblicano, espressione della nostra Carta costituzionale che senza la Lotta di Liberazione, senza quel 25 aprile 1945, mai avrebbe visto la luce.

Il periodo storico della Resistenza dovrebbe oggi essere ricordato e preservato da certe tendenze revisioniste ispirate ad una pacificazione nazionale acritica che hanno condotto in passato ad equiparare coloro che fecero risorgere l’Italia repubblicana dalle sue ceneri con chi si schierò apertamente e senza remore con il Terzo Reich.
Sarebbe davvero una sventura se un giorno, dopo 40 anni, ci svegliassimo e percorrendo le strade cittadine ci accorgessimo della presenza di due vie parallele, di cui una dedicata ad una famosa vittima dei Campi di concentramento e l’altra invece a qualche celebre aguzzino che di quell’infame universo concentrazionario ne fu ideatore ed esecutore.
No, Gentilissimo Direttore, non me ne vogliano i sostenitori della dialettica politica gentiliana e della (distorta) pacificazione nazionale, ma il tempo di Pasquino, inteso come movimento di critica della tirannide, di prevalenza della genuina argomentazione politica sull’insulto gratuito e di ricerca della verità storica sulle tendenze revisioniste è, grazie ai nostri Padri costituenti, ora e sempre e non finirà mai!

di Antonino Di Maio
Dottore di ricerca in Scienze giuridiche