premio pino veneziano

Sono ancora le architetture suggestive dei templi dorici a fare da cornice a questa edizione del Premio Pino Veneziano che, dopo aver doppiato la boa del suo decimo anno di vita, viene attribuito al musicista Eugenio Bennato, al gastronomo e scrittore Carlo Petrini e all’artista Antonio Presti.

La premiazione è uno dei momenti delle celebrazioni in onore del cantastorie selinuntino: il 12 giugno, infatti, è stata inaugurata, proprio di fronte all’ingresso del Parco Archeologico La semina del sole, una installazione vegetale ispirata ad uno dei versi di Pino (“un sulu patri avemu ed è lu suli”), ideata da Ute Pyka e Umberto Leone e realizzata utilizzando circa 400 piantine di girasole in un cerchio con un diametro di una quindicina di metri.

Alla fine dell’estate, in questo spazio verde, in collaborazione con una qualificata equipe di esperti (Carlo Petrini e Antonio Presti, tra i padri putativi dell’opera) verrà realizzato un Giardino Artistico che seguirà un percorso botanico, artistico e poetico-contemplativo immergendo il visitatore in uno spazio fra sculture, essenze arboree e piante del nostro territorio.

Eugenio Bennato - foto: radioeco.it

Eugenio Bennato – foto: radioeco.it

Un fil rouge unisce e collega le vite pubbliche dei tre premiati: l’amore per la Terra (con l’iniziale maiuscola) che diventa di volta in volta fonte di ispirazione per canti e ritmi, una Madre da amare e rispettare e da cui trarre un nutrimento “buono, pulito e giusto”, uno spazio magico da riempire di opere d’arte e di installazioni, fuori dalle sale asfittiche dei musei. E il fil rouge coinvolge anche Pino Veneziano, come Bennato, Petrini e Presti amava la sua terra, ne cantava le sventure e le bellezze, gli eroismi e i soprusi.

Sapeva parlare, proprio come Bennato, Petrini Presti, a tutti con un linguaggio semplice, quotidiano. Era, proprio come Bennato, Petrini e Presti, capace di farsi interprete della cultura ufficiale e di restituirla all’attenzione della gente comune. Pino era poeta e cantore, amato e apprezzato anche al di fuori del suo habitat naturale (De André lo volle come special guest nel suo primo concerto siciliano, Dalla lo ascoltava rapito alla fine delle cene al Miramare, Ignazio Buttitta lo definì “un cantastorie che fa politica e la sublima con la poesia”), un interprete dei suoi anni e del suo tempo, un maestro di vita per tutti coloro, giovani e meno giovani, che si sedevano ai tavoli del suo ristorante e ascoltavano le sue canzoni.

Il Premio Pino Veneziano è promosso da un gruppo di amici di Pino riunitisi in associazione con il sostegno del Comune di Castelvetrano (TP), la serata di premiazione si terrà venerdì 24 luglio nel Parco Archeologico di Selinunte, con inizio alle ore 21,30. Ingresso: 5 €.

Il programma della serata prevede, dopo la cerimonia di premiazione, un concerto delle canzoni di Pino eseguite dal percussionista Massimo La Guardia, dal compositore Werner Cee e da Francesca Amato e il suo gruppo. A seguire l’esibizione di Eugenio Bennato accompagnato da Vincenzo Lambiase alla chitarra.
“Con il Premio Pino Veneziano – afferma il sindaco di Castelvetrano Felice Errante – Selinunte si ritaglia una sua specificità all’interno del poliedrico mondo delle rassegne estive in Sicilia, inoltre, rendere omaggio ad un figlio di questa terra costituisce il tentativo di rinnovare la nostra memoria, senza la quale non c’è futuro.”

Notizie e approfondimenti: www.premiopinoveneziano.org
Infoline: 339 5910804

RICORDI “ECCELLENTI”
tratti da “Di questa terra facciamone un giardino”, tributo a Pino Veneziano a cura di Rocco Pollina e Umberto Leone.

Vincenzo Consolo:
«Mentre Buttitta e la stessa Balistreri cantavano una Sicilia e un’Italia del secondo dopoguerra, delle lotte contadine e dei sindacalisti uccisi dalla mafia, della seconda grande migrazione nel centro Europa di masse di braccianti, Pino Veneziano cantava l’atroce Italia dei roventi anni Settanta, del regime democristiano, della corruzione e delle stragi perpetrate dai fascisti»

Ignazio Buttitta:
«Un cantastorie che fa politica e la sublima con la poesia. Il suo discorso è semplice, popolare, ma convincente. E riesce a farsi capire dai braccianti, in maggioranza analfabeti e semianalfabeti. Gli argomenti sono la verità cantata da popolano a popolano, senza inganni».

Ascanio Celestini:
«La cosa che mi colpisce di Pino Veneziano è che uno di quei cantanti – artisti della cultura orale che in altre nazioni, per esempio gli Stati Uniti d’America, sarebbero diventati oggetto di culto, un po’ come Woody Guthrie o i padri del blues. Purtroppo in Italia si è perso questo legame con i nostri padri musicali della cultura orale».

Gaetano Savatteri:
«La voce di Pino Veneziano fa affiorare l’incanto delle notti stellate, la risacca del mare, le poche case affacciate sulla spiaggia, la forza selvaggia di una natura che prendeva il sopravvento perfino sulle rovine antiche. Un mondo che non c’è più. Un mondo scomparso. La voce di Pino ci parla di quel mondo, di quel tempo. Ma non è una voce spenta. Non è una voce sopraffatta. Ci parla ancora. Ci cunta ancora canzoni».

Enrico Stassi:
«Per molti di noi negli anni Settanta, Pino e Marinella di Selinunte erano la stessa cosa e potevamo dire allo stesso modo: “Andiamo da Pino” o “Andiamo a Selinunte”. Sapevamo come sarebbe andata: avremmo mangiato da dio, alzato un po’ il gomito, avremmo ascoltato le canzoni di Pino, suonato e cantato insieme a lui, ci saremmo sentiti ancora una volta con un futuro davanti e tutto per noi. Ma allora si viveva sull’onda e sulle emozioni del momento: il tempo dell’azione superava sempre quello, più lento, della riflessione. Ecco perché solo in questi ultimi anni, tornando indietro nel ricordo e grazie al contributo di Umberto (Leone) e dei tanti amici di Pino, ci si è resi veramente conto di quale sensibilità umana e politica fosse ricco il suo mondo poetico, di quante insospettabili e importanti frequentazioni fosse punteggiata la sua vita, di quanto fosse necessario provare a raccontarlo e ricantarlo. La memoria di Pino Veneziano, in fondo, è la nostra memoria, e rimane un inutile esercizio stabilire se eravamo la “meglio” o la “peggio” gioventù»