Ed è solo nel contesto di un’ampia discussione sui casi di studio più esemplari nel campo del restauro archeologico (come quello dei Propilei dell’acropoli di Atene, con sostituzione e reintegrazione di elementi architettonici in marmo pentelico moderno, o del tempio di Zeus a Cirene, in particolare del restauro del fregio con i frammenti originali liberamente collocati su un architrave di cemento armato; tra gli altri temi, i restauri del tempio di Zeus ad Olimpia, di quello di Apollo a Bassae, nella Valle dei Templi o nella stessa Selinunte, dove nel settore meridionale dell’acropoli sta conducendo scavi Clemente Marconi, dell’Institute of Fine Arts della New York University) che sono stati presentati i risultati dei nuovi studi e rilievi condotti quest’anno sul tempio G da Mario Luni, dell’Università di Urbino (che ha illustrato anche i restauri a Cirene). Senza che sia stato spostato dalla sua originaria posizione di crollo alcun elemento architettonico, è stato possibile realizzare una vera e propria «carta archeologica» della situazione esistente, nuove planimetrie e sezioni dell’edificio, elementi di analisi di dettaglio confluiti nell’ipotesi di ricostruzione proposta con il modellino in scala presentato a conclusione del convegno.

Studi e modellino sponsorizzati da Sorgente Group, il cui finanziamento (100 mila euro) dunque a questo è servito, e non a un presunto progetto di anastilosi di ciò che del tempio resta al suolo. Come totalmente priva di fondamento è anche l’altra asserzione accreditata, secondo la quale il comitato scientifico presieduto da Mario Luni si sarebbe riunito per valutare proprio tale fantomatico progetto, quando invece la finalità del comitato, chiarisce la Greco, è stata quella di «conoscere in anteprima, e discutere, i risultati preliminari degli studi sinora avviati sul tempio G». E non solo nei confronti di quest’ultimo, puntualizza ancora, «la maggioranza degli studiosi italiani si è dimostrata sfavorevole ad ipotesi di anastilosi totali di monumenti, ammettendo solo in via eccezionale la possibilità di recuperi parziali in favore di una conservazione del paesaggio archeologico, ruderale e storicizzato».

Silvia Mazza
per il giornale dell’arte