Grazie Triscina per questo tributo d’affetto! Credo che stasera, stanotte, abbiamo vinto noi. Pubblico e Cast. Già! Contro ogni maledizione, ogni inutile assalto della noia, dell’ovvio.

Abbiamo vinto noi, con un testo difficile, in un barattolo strano, con allestimento delirante. Abbiamo vinto noi perché siamo stati umili e forti, commossi e convinti. Per questo siamo riusciti a raccontare questa storia con dignità. Grazie signori miei. Cappello.

Con queste parole il regista Giacomo Bonagiuso ha voluto salutare e ringraziare il folto e caloroso pubblico che lo scorso 27 agosto è accorso al Teatro Nuovo di Triscina per assistere all’ultima replica delle Conseguenze dell’amore.

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Liberamente ispirato all’omonimo film di Paolo Sorrentino, premio Oscar nel 2014 con La grande bellezza, lo spettacolo racconta gli ultimi anni della vita di Titta Di Girolamo, personaggio magistralmente interpretato dall’attore Massimo Pastore. Titta è un solitario uomo di mezza età che conduce una grigia e monotona esistenza all’interno di un hotel a Lugano, in Svizzera, dove è stato costretto ad alloggiare dagli esponenti di Cosa Nostra.

Per loro conto, infatti, si occupa di loschi affari di riciclaggio di denaro. Separato dalla moglie Giulia (Serena Sciuto), mal voluto dalla figlia Liliana (Chiara Calcara), soffre d’insonnia e trascorre in solitudine le sue giornate tra la hall e il bar dell’hotel. Gli unici contatti umani, sebbene rarefatti, sono quelli che ha con il direttore dell’hotel (Roberta Accardi) e con una coppia di ricchi ormai decaduti, Carlo e Isabella, interpretati dai giovanissimi Giuseppe Indelicato e Sara Fittante.

Titta è una persona poco propensa al dialogo, come si evince dalla telefonata alla moglie e dall’incontro col frivolo fratello (Gio Sirius Lamia), e la sua è una vita scandita da azioni rigidamente premeditate che si ripetono in maniera regolare, come l’iniezione di eroina ogni mercoledi mattina alle ore 10.

La monotonia e la regolarità della sua vita comincia tuttavia a rompersi quando inizia a conversare con la giovane barista dell’hotel, Sofia (Enza Valentina Di Piazza), che da tempo, sebbene inutilmente, cercava di farsi da lui notare. E’ solo a questo punto che Titta inizia a rendersi conto di quelle che possono essere le conseguenze dell’amore, conseguenze che di fatto lo porteranno a ribellarsi al proprio destino di marionetta nelle mani di Cosa Nostra e a dare una svolta, sebbene tragica, alla propria vita.
L’aspetto che più di tutti colpisce di questo allestimento teatrale è senza dubbio il modo con cui ogni personaggio vive e fa proprie le conseguenze dell’amore.

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Carlo e Isabella, un tempo nobili, hanno perso tutto: il denaro, il titolo nobiliare, la dignità e la capacità di comunicare. Giulia, l’ex-moglie di Titta, è una donna malinconica che, perso il marito, non riesce nemmeno a trovare un canale di comunicazione con la figlia adolescente e si ritrova a vivere un amore che però non è più amore.

Come lo stesso Bonagiuso, nel duplice ruolo di regista e drammaturgo, specifica al termine dello spettacolo, se Sorrentino ha a disposizione i montaggi e i movimenti di macchina, per “esplorare” le vite dei personaggi che ruotano attorno al protagonista, in teatro è solo con la contemporaneità delle azioni sulla scena che è possibile render conto di queste entità che si muovono e agiscono solo in funzione di Titta, vero perno dello spettacolo. Solo attraverso la voce dei suoi pensieri, veri e propri monologhi con voce fuori campo, riusciamo infatti a carpire informazioni circa questo misterioso personaggio, che si porta dentro un segreto incoffessabile e che solamente nel tragico epilogo, sebbene indirettamente, rivela.

Guarnito dalle musiche di Pasquale Catalano e dalle canzoni di Ivano Fossati, arrangiate dall’abile Riccardo Russo, lo spettacolo è un meccanismo che, ingranaggio per ingranaggio, funziona in maniera impeccabile. Ciò che ci lascia e che ci insegna è che le possibilità che l’amore offre sono infinite. L’amore può salvare così come può distruggere. Bisogna solo non sottovalutarne mai le conseguenze.

testo e foto di Giacomo Moceri