Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande. E ancora, nel versetto 228 della sura II leggiamo: Le donne divorziate osservino un ritiro della durata di tre cicli, e non è loro permesso nascondere quello che Allah ha creato nei loro ventri, se credono in Allah e nell’Ultimo Giorno. E i loro sposi avranno priorità se, volendosi riconciliare, le riprenderanno durante questo periodo. Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini sono superiori. Allah è potente, è saggio. Benissimo, dunque Dio non ha comandato alle donne di portare il velo, ma in compenso ha comandato loro di obbedire agli uomini e a questi di batterle!

Passando poi all’espansionismo musulmano, l’ineffabile autore dice che in fondo esso fu un bene, che in Sicilia, tutto sommato, i cristiani erano felici di pagare una tassa per professare la loro religione e che (addirittura !) era loro consentito anche di poter lavorare.

Da siffatti manuali apprendiamo poi che, mentre l’Europa gemeva nell’oscura barbarie, la civiltà araba era nello splendore. Dai numeri “arabi” ai logaritmi, tutto quel che comincia per al- (algebra, alchimia, alcool, albicocca…) lo dobbiamo all’Islam. Non solo: dato il millenario contrasto tra Roma e Bisanzio, gli europei poterono conoscere l’antica sapienza greca solo ritraducendola dall’arabo. Qualche anno fa, un libro di Sylvain Gouguenheim, docente di storia medievale all’Ecole Normale Supérieure di Lione (Aristote au mont Saint-Michel: les racines grecques de l’Europe chrétienne, ed. Seuil), ha però ribaltato tutto: fu la presa di Costantinopoli nel 1453 da parte dei turchi a far fuggire in Europa una valanga di intellettuali greci, che fecero conoscere i classici al mondo latino. Il libro ha creato scalpore perché contesta l’idea che si debba moltissimo all’Islam, sostenendo che, invece, non gli si debba proprio niente.

Al di là dello scandalo mediatico (l’autore è stato sottoposto in Francia a una specie di linciaggio politically correct), il filosofo francese Rémi Brague ha cercato di riequilibrare il giudizio (in un saggio tradotto da A. M. Brogi per «Vita e Pensiero», gennaio 2009). In effetti, c’è ancora chi pensa che la prima università al mondo sia stata quella di Fez, la Qarawiyin, fondata nell’859 (dunque, le università non sarebbero un’invenzione della Chiesa). In realtà era una cosiddetta moschea “generale” (jâmi’a: termine che designa, sì, le università nel mondo islamico, ma solo nell’evo contemporaneo) e vi si insegnava l’esegesi coranica, le tradizioni sul Profeta, il diritto islamico (fiqh) e quel tanto di “scienza” che serviva a calcolare i nomi di Allah e la direzione della Mecca. Una leggenda da sfatare riguarda la famosa «casa della sapienza» di Baghdad (IX secolo): i traduttori dei testi greci in arabo erano quasi tutti cristiani nestoriani ed essa era «innanzitutto per uso interno, per la precisione una sorta di fucina di propaganda a favore della dottrina politica e religiosa sostenuta dai califfi dell’epoca, in particolare il mu’tazilismo».