eccezione aurora bonagiusoLa poesia non appartiene ai beni del consumo globalizzato, non risponde alle logiche utilitaristiche di mercato, come la bellezza racchiusa nei petali di una rosa, trasportandoci sulle sue ali ci conduce per le rotte sconfinate dello spirito umano.

La voce del poeta, quella di Giacomo Bonagiuso si dice nella forma espressiva della parola, come percezione di figure che si delineano sempre più nitide e brillano all’alba del nuovo giorno, come veglia di una attesa, come sguardo vigile su ciò che di nuovo sta per spuntare.

Sono parole che narrano l’avvenire, che recano come scolpite sul legno, i segni della parabola esistenziale, spago su carne (p.12), come egli le definisce, parole che somigliano a ciottoli di strada levigati, verbi di follia che fanno tremare. Sono parole che aprono squarci e riannodano sentieri interrotti, dischiudono orizzonti, chiedendo a ciascuno il coraggio e la perseveranza di percorrere il sentiero fin su la cima, per rimanere rapiti come nell’estasi di una visione all’ incanto della meraviglia e dell’incontro, sono fili che si intrecciano.

Uno di questi fili, è quello dell’amore: Sono tuo. Tutto tuo, mentre parlo o taccio, nell’anima del mondo o delle cose, come non sentire in questi versi la voce della sposa del Cantico dei cantici che dice: « il mio amato è mio e io sono sua». Amore che si nutre di sterminato odore, con forma d’intreccio» Amore che diventa implorazione e supplica: parla anche tu, dimmi qualcosa…come bisogno di ascoltare la voce dell’amata.

Giacomo Bonagiuso

Giacomo Bonagiuso

Poi la parola si congeda, invita al silenzio e lascia il posto al linguaggio del corpo, alla carezza, non sono più parole queste, ma carezze della tua pelle. Parole che nascondono anziché svelare, che vivono il tempo come attesa e si aprono a rese incondizionate di fronte alla dolcezza sconfinata (p.17). Immersi e inghiottiti come siamo dalla velocità del tempo, in quell’impazienza del volere tutto e subito, che Simone Weil ammoniva come vera disobbedienza al tempo, siamo costretti ad affrontare il problema con il tempo.

Dicevano i rabbini: o l’uomo domina il tempo oppure è dominato dal tempo. In questo altro filo che raccogliamo, quello del tempo, ci sono giorni che scorrono tra la noia e il paesaggio identico, il tempo ci conduce nell’alternarsi di notte e giorno, di luce e di tenebre. L’eccezione dell’aurora, che da il titolo all’intera silloge, racchiude in un processo di inclusione le poesia e il racconto della storia di Giacobbe.

Le donne si recarono alla tomba di Gesù quand’era ancora buio, e nell’esperienza della fatica del credere seppero accogliere la nuova luce del mattino di Pasqua. E infine ma non per ultimo la storia del terzo dei patriarchi, Giacobbe, narrata nei nove capitoli del libro della Genesi (28-36), che Bonagiuso riscrive come incontro e lotta, assenza e presenza, parola e silenzio dell’uomo e di Dio. Giunto alle porte della Palestina, sulle rive del fiume Iabbok, Giacobbe ingaggia una lotta con un personaggio misterioso, una lotta che si protrae fino al levar del sole, fino alle prime luci dell’aurora, quando l’aggressore sconosciuto gli dice «lasciami andare, perché è spuntata l’aurora (Genesi 32,27)».

Lotta che avviene su un piatto di sabbia, nel deserto, luogo della tentazione e della prova, ma anche luogo dove Dio può parlare al cuore dell’uomo ormai spoglio da ogni idolo. Giacobbe lotta con Dio di notte, lotta con tutte le sue forze.

E Dio cosa fa? Dio vince o si lascia vincere come nel caso di Giobbe, si coinvolge in un corpo a corpo con le vicende dell’uomo e della storia, si lascia attaccare, metafora della lotta spirituale e di una preghiera insistente che non si arrende prima di essere stata esaudita. Per i cristiani l’aurora inonda il cielo di una festa di luce, ri-scrittura, che dice la capacità e la forza del testo biblico che si lascia ri-dire, ma anche trans-scrivere come accade nel testo di Bonagiuso, attraverso altri linguaggi: la luce ferente dell’aurora aveva rivelato l’ospite, Yak’ov s’era lanciato in folle corsa ad abbracciarlo (p.23).

Sul domenicale de Il Sole 24, qualche settimana fa il card. G. Ravasi scriveva nella sua rubrica breviario: «la persona se non vuole ridursi a macchina, ha bisogno anche della bellezza, del sentimento, della fantasia, dell’amore. Come sarebbe un mondo senza fiori? E un’esistenza senza un briciolo di poesia». G. Bonagiuso attraverso la sua poesia e il suo racconto ci offre la possibilità di vivere l’attesa, l’eccezione dell’aurora, e trovare nella ricerca e nella lotta di e con Dio, l’assenza e la presenza, ma anche la forza della sua benedizione.

don Giuseppe Ivan Undari