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La Sicilia ha vissuto per millenni sotto la dominazione straniera, compresa l’ultima sotto la dominazione dei Savoia, senza alcuna possibilità di cambiare il corso della storia. Motivi storici e geografici hanno influito su questa situazione di impotenza che, con i secoli si è trasformata in rassegnazione. Nel proverbio “calati iuncu chi passa la china” c’è racchiusa tutta la saggezza e la filosofia popolare siciliana.

Volendo passare alla storia di casa nostra, in un periodo relativamente recente, per più di mezzo secolo Castelvetrano è stata dominata dai Saporito che, mentre da una parte ha dato lavoro direttamente o indirettamente a tutta la città, dall’altra parte ha ripristinato il feudalesimo messo fuori legge dal 1812.

Il Tomasi di Lampedusa, nel suo libro “il gattopardo” considerava questa rassegnazione come il sonno dei siciliani:-

Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali… Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte

Tuttavia questo immobilizzo è molto relativo, perché Castelvetrano ha partecipato attivamente ai moti del 1820, 1837, 1848, 1860, alle rivolte popolari che i Savoia chiamò brigantaggio, e ai fasci siciliani dei lavoratori.
La condizione dei contadini, ridotti a servi della gleba, con la scomparsa del feudalesimo non cambiò di molto.
I contadini giornalieri, la percentuale più alta della popolazione, cercavano migliori condizioni di vita, sognavano inutilmente un fazzoletto di terra, ma riuscivano appena a sopravvivere.

“Mangiare per vivere e non vivere per mangiare”, questo proverbio non siciliano poco si confà con la civiltà del benessere e del consumismo, oggi in fase di declino, invece si adattava bene durante la scomparsa civiltà contadina.

Dai miei lontani ricordi di ragazzo, gli anni ’45 – 50, con gli echi della II guerra mondiale ancora alle orecchie, non sono stati certamente felici per chi non riusciva nemmeno a mangiare per vivere; infatti, il reddito fornito dal lavoro molto incerto, non garantiva neppure di saziare la fame. I proprietari terrieri benestanti, invece, vivevano solo per mangiare, poiché la vita anche per loro offriva pochi svaghi e divertimenti.
Inoltre, non esistendo allora la famosa statistica all’italiana, che oggi livella il benessere indistintamente a tutte le persone, si diceva che le persone di questo mondo erano divise in due categorie: “Cu mancia e cu talia”.

Ricordo, che nell’immediato dopoguerra, certi ragazzi, per tamponare la fame, si arrangiavano a mangiare “panuzzi” (piccoli frutti di malva), “aira e duci” (acetosella) e le sue radici dolciastre, “pisci alasi” (detto scherzosamente era il cuore tenero del fusto dei cardi spinosi selvatici: cardo mariano) o succhiare il nettare di certi fiori come quelli dei gerani e di una pianta arbustiva selvatica molto comune dai fiori gialli oppure a rubacchiare qualche frutto nelle campagne “di lu zzu Mattè”.

Era il tempo in cui “si liccava la sarda” per sopravvivere; un proverbio in merito diceva: “cu avi la sarda nun po aviri l’aliva”. Parlando della classe operaia e contadina, allora si consideravano alimenti indispensabili solo “panuzzu e pasticedda” (pane e pasta); chi riusciva a possederli si considerava fortunato e non si accorgeva d’essere povero; infatti dietro c’erano i disoccupati, chi camminava a piedi scalzi, i numerosi invalidi di guerra ancora senza pensione, chi non riusciva a mettere la pentola perché non c’era pasta in casa, il contadino zappatore che andava zappare un giorno intero di 14 ore, accontentandosi di portare a casa soltanto qualche “vastedda” di pane.

Allora era normale fare colazione con pane accompagnato da arance, olive conservate (verdi, nere, schiacciate), fichi d’india, fichi secchi, mandorle; era pure normalissimo fare la cena con una “nzalata” di limone o d’arancia e pane raffermo (mai pane fresco, perché se ne consumava di più); Anche se allora i pesci costavano relativamente poco, c’era sempre qualche persona, che per risparmiare si faceva una minestra di pesce senza pesce: “la pasta a pisci fuiutu” (dal francese fuir = fuggire); la preparazione era uguale, ma… il pesce non c’era, perché era fuggito. La “pasta a la carrittera”, che con qualche variante diventa “pasta cu l’agghia”, era il piatto più comune per tutta l’estate. Un “mazzu di cicoria” o di “nirvia” (indivia) bollito serviva come condimento per la pasta e come secondo. Con il pane raffermo grattugiato si preparavano polpette. La “muddica atturrata” (mollica messa a riscaldare in padella con poco olio) messa sulla pasta, sostituiva “lu saliatu” il formaggio grattugiato che costava. Molto consumo si faceva di fichi d’india, essendo allora un frutto molto comune e più a basso costo; si consumavano sia quelli prodotti ad agosto “austini” che quelli scuzzulunati o bastarduni”. C’erano delle persone che se ne mangiavano anche un paniere per potere finalmente provare la sazietà, anche a rischio di “attuppari” (di subire dei blocchi intestinali). Infatti, i fichi d’india d’agosto si chiamavano scherzosamente anche “attuppaculu”

In merito si diceva: “s’à moriri ha moriri saziu” (se debbo morire, debbo morire sazio); ma anche: “inchi la panza e jinchila di spini” (riempi la pancia e riempila di spine); in pratica si trattava sempre di una lotta per la fame e la sopravvivenza.

Ma al peggio non c’è mai fine, poiché c’erano delle persone ancora più povere che mangiavano pane e cipolla o pane e aglio o “pani e cuteddu” (pane solo). Quando ero bambino ho conosciuto un ragazzo “adduvatu” (che lavorava come garzone) per la trebbiatura del grano; una mattina a colazione mangiò del pane duro con una pala di fico d’india. Un’altra volta, un contadino ha accompagnato il pane con un filo d’asparago selvatico per avere un certo sapore in bocca. Qualcuno si mangiava anche la buccia d’arancia (allora non si usavano i pesticidi) col pane, mentre l’arancia sbucciata la mangiava dopo.
Fra il popolino era sconosciuta l’anoressia, l’obesità e la stitichezza; non c’erano bambini “spitignusi” (schizzinosi), che mangiano solo dietro promesse di regali e giocattoli, come avviene ai nostri giorni. L’uso del pane integrale, di molte verdure e legumi, cipolla e aglio era una nostra cultura, una necessità economica, una realtà storica a cui noi eravamo abituati (oggi si chiama cucina mediterranea, indicata come il toccasana per una lunga vita). Sconosciute erano pure le palestre e le cure dimagranti; piuttosto si cercava di ingrassare, poiché la persona magra era considerata “cunsunta” (sospetta di essere ammalata di tubercolosi) e isolata da tutti, perché contagiosa.
Mentre nel passato il benessere era goduto soltanto dalla nobiltà e dalla borghesia, dopo gli anni ’50 la situazione economica della popolazione incominciò a cambiare decisamente in meglio: era arrivata l’era del consumismo, un benessere mai verificatosi nella storia dell’umanità, perché ne ha goduto principalmente la classe contadina.

Purtroppo il periodo delle vacche grasse è finito e una grave crisi economica ha colpito le nazioni più ricche. Il consumismo, vanto della civiltà moderna, ha consumato le ricchezze accumulate nel passato. Mentre molte nazioni stanno cercando di risolvere la crisi, in Italia non si riesce, anzi si accentua, a causa di un malgoverno retto dalla partitocrazia, una dittatura moderna “democratica”.
I giovani d’oggi, figli del benessere, malgrado siano stati colpiti dalla grave crisi economica conosco soltanto la fame virtuale intesa in senso metaforico, non sanno, neppure per aver letto, cosa sia la fame reale, quella che stringe in una morsa lo stomaco, una fame che si è provata durante e dopo la II Guerra Mondiale. Oggi, per fortuna ci sono gli ammortizzatori sociali, come i genitori, c’è la Caritas, c’è la cassa integrazione e altri aiuti statali.
Fino ad oggi i giovani hanno reagito suicidandosi.

Nel passato i contadini, spinti dalla fame si ribellavano con sommosse sanguinose; i moti erano organizzati dalle menti dei borghesi, mentre a combattere andavano i contadini analfabeti che da loro si facevano guidare. Speriamo che la classe politica italiana si renda conto che è finito il periodo degli scandali e cerchi di superare questa crisi che attanaglia la popolazione.